Commedia, Spionaggio

JOHNNY ENGLISH

Titolo OriginaleJohnny English
NazioneGran Bretagna
Anno Produzione2003
Durata88'
Fotografia
Montaggio
Scenografia

TRAMA

Tutte le spie di Sua Maestà Britannica saltano in aria durante un funerale. Occorre un sostituto…

RECENSIONI

Un agente segreto (rimosso e inchiodato a una scrivania densa di documenti e visioni di gloria) ha l’occasione di una vita: dovrà proteggere Paese e Regina dalle mire di un mellifluo costruttore franco-britannico. La solita storia del perdente redento? Non del tutto: JOHNNY ENGLISH (ri?)conquista l’onore e trova l’amore non grazie alle sue capacità occulte, ma per merito della sua palese incompetenza. Il film di Howitt è una parodia in senso etimologico, un canto posto accanto alle narrazioni costruite intorno a Bond e affini: non una farsa sbracata alla AUSTIN POWERS, ma uno spy movie in piena regola (trama pretestuosamente esplosiva e caratteri nevrotici compresi), in cui la sola differenza è data da un eroe intraprendente e sbruffone non meno di Bond, ma di lui molto più inetto. I gadget dell’epica postmoderna sono sostituiti dai meccanismi interni alla sempreverde commedia: se il protagonista (come il supercattivo, del resto) è normale (ai confini dello squallore e del grottesco), sono le situazioni drammatiche a essere straordinarie e decisive per l’esito finale. La Fortuna vince la Virtù (la morte del primo agente, determinata dalle imprecisioni dell’assonnato funzionario), ma non necessariamente è disposta a incoronare definitivamente i propri incapaci servitori: un colpo di dadi (un bottone intempestivo) e le esistenze si modificano, le menzogne prendono corpo e volto, lo scintillio rétro che percorre tutta la pellicola si dissolve nei titoli di coda. Purtroppo, la sceneggiatura non sa sfruttare le potenzialità tragicomiche offerte dal soggetto. Qualche trovata divertente (il sogno, inaspettato ed esilarante) si perde in un mare di gag logore, rammendate senza troppa convinzione in funzione del corpo comico (come sempre inappuntabile) di Atkinson; gli scherzetti metalinguistici (le proiezioni multiple), un po’ troppo insistiti, impediscono di approfondire i risvolti più ferocemente ironici, dalla relazione vagamente sadomaso che lega il vanaglorioso eroe e l’aiutante devoto e intelligente (Ben Miller, da applausi) al castigo esemplare e dantesco che lo spietato antagonista (un regale John Malkovich, di nuovo alle prese con lotte anglo-francesi dopo JEANNE D’ARC) vuole infliggere alla decaduta regina dei mari e delle Oceaniche terre. Sotto il profilo registico, un paio di scene decenti [la festa di Sauvage (cui prendono parte, ça va sans dire, le Bond) e l’incoronazione] non riscattano una messinscena piatta come un marciapiede o, se si preferisce, come la smorfiosa Imbruglia. Più che una cascata di diamanti, un ruscello di perle nerastre (non sempre letali, per fortuna).