Drammatico

IO SONO UN CAMPIONE

Titolo OriginaleThis sporting life
NazioneGran Bretagna
Anno Produzione1963
Durata129’

TRAMA

Frank Machin, minatore che ha una relazione con la più anziana padrona di casa, si dà al rugby. Violento e gradasso, diventa una star, ma la sua compagna inizia a lamentarsene.

RECENSIONI

Potente esordio nel lungometraggio di finzione di Lindsay Anderson, padre spirituale (con Karel Reisz, qui produttore) del Free Cinema. Il crudo approccio documentaristico delle opere precedenti è trasferito in un dramma esistenziale che non si limita a riportare la realtà ma, sottilmente, la deforma: il registro d’arrivo della poetica di Anderson, infatti, sarà il grottesco, fedele all’assunto che la “normalità” non esiste. Ritrae un uomo irrequieto, spavaldo, violento e il suo amore per una vedova che, all’opposto, s’è chiusa in una devozione post-mortem e feticista per il marito suicidatosi. Il Frank di Richard Harris è un arrabbiato, urla e urta contro mediocrità e servilismo, ma è anche vittima di se stesso, del proprio egocentrismo. Anderson non cerca la via delle allegorie o dei messaggi esibiti, delle chiavi interpretative colte ma manifeste, di un linguaggio innovativo o trasgressivo (solo flashback e punti di inquadratura insoliti): il suo cinema si compone di attimi, dettagli inusuali, fini a se stessi (free) o alla ricerca di un quadro d’insieme senza facile senso compiuto. Se ci sono simbolismi, passaggi-chiave o paralleli, restano volutamente ambigui: il particolare reiterato di “protettori” che si passano di mano Frank, a volte trattato come una "fidanzata" (il vecchio Johnson); il ragno sul letto di morte; l'insistita indifferenza del protagonista verso i figli della donna; la materia fangosa in sport e vita quotidiana; il sangue che sgorga dalla bocca. Se più percepibili (il parallelo fra la durezza del rugby e della vita; il trapano da minatore e la botta nei denti), sono comunque meno importanti dell’emotivo discorso pessimistico, amaro, sulla mestizia dell’esistenza e dei suoi attori, sulla tragedia di un uomo che fa tutto per una donna indifferente, crudele anche di fronte al proprio uomo in ginocchio (memorabile la scena del pugno che schiaccia il ragno). Un ‘sentire’ perseguito, in modo magistrale, attraverso un’estetica subliminale, tesa e nervosa come il suo protagonista, sempre sul punto di esplodere nella rabbia, sputando in faccia alla realtà. Richard Harris, premiato a Venezia, è meraviglioso, indimenticabile.