Horror

IL SEME DELLA FOLLIA

Titolo OriginaleIn the mouth of madness
NazioneU.S.A.
Anno Produzione1994
Genere
Durata94'

TRAMA

John Trent, investigatore delle assicurazioni, è incaricato di trovare Sutter Cane, famoso scrittore di romanzi horror. Sospetta si trovi a Hobb’s End e così è, ma iniziano ad accadere eventi inspiegabili.

RECENSIONI

Opera che abbandona lo spettatore in preda alla follia: l’epidemia diffusa da Sutter Cane è contagiosa. John Carpenter torna autore maledetto grazie all’ingegnosa sceneggiatura di Michael De Luca, scritta con un piglio metatestuale che ha molto in comune con il New Nightmare di Wes Craven dello stesso anno (e De Luca è co-autore della saga su Freddy Kruger). Alla metafisica che travalica il genere horror, con tanto di apologia sulla religione, Carpenter non è nuovo (vedi Il Signore del Male) e i toni sono apocalittici, le atmosfere gotiche (la “chiesa” del nuovo dio del Male) e lovecraftiane, con un impianto visivo semplicemente magistrale, inquietante, morboso e disturbante. La progressione narrativa è implacabile, mentre Carpenter si addentra nei meandri della mente, confondendo e trasfigurando realtà e/su immaginazione delirante, ovvero incubi “fisici” con angosce esistenziali, giocando sull’ambiguità di una visione soggettiva e/o oggettiva, per disquisire del rapporto fra finzione (letteraria, cinematografica) e suo consumo, per negare l’esistenza del concreto al di là del pensato. L’umorismo nero stravolge la filosofia del “Penso dunque sono” in “Ciò che penso esiste”, pronunciato dal dio del Male che è il sommo burattinaio di noi tutti (siamo gli attori del sogno di un folle): l’opera tesse una tela per abbattere definitivamente la barriera (l’incredulità) che divide spettatore da spettacolo, cavalca pulsioni inconsce con immagini perforanti e colpi bassi eseguiti da musiche ed effetti sonori ansiogeni (Carpenter conosce le note e il loro potere) e John Trent/Sam Neill/Noi cominciamo a dubitare che l’essere seduti sulla poltrona davanti allo schermo ci preservi dal vivere in prima persona l’evento (esattamente come John Trent che…si rivede al cinema, geniale), ovvero l’incubo che può nascondersi dietro l’angolo, per poi manifestarsi a causa di un dannato scrittore horror che vende più di Stephen King ed è letto più della Bibbia. King è apertamente citato (dalla cittadina fittizia impazzita, da situazioni simili a quelle dei suoi romanzi) e demistificato alla pari dei suoi fan settari, apostoli fedeli, quando l’unico capolavoro possibile è un “libro vivo”, che si fa “durante”, scritto dalle aberrazioni stesse, con potenzialità multimediali, che si esperisce e non si legge. Pazzi e sani si scambiano di ruolo e di rapporto numerico e il mondo decade. Tutte queste meta-riflessioni abitano un territorio che resta puramente di genere: sublime.