Animazione

IL PIANETA DEL TESORO

Titolo OriginaleTreasure Planet
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2002
Durata95'
Tratto dadal romanzo L'Isola del Tesoro di Robert Louis Stevenson
Montaggio

TRAMA

In un fantastico futuro, il giovane avventuriero Jim e il vecchio pirata Silver solcano l’universo in cerca del leggendario pianeta del tesoro.

RECENSIONI

La Disney gioca alla caccia al tesoro con il classico di Rober Louis Stevenson. Prima di tutto gioca con la versione originale del libro. Se, infatti, le fonti dei film d’animazione della Disney sono diverse, e si basano di volta in volta sul mito, sulla tradizione, sulla letteratura o su storie originali, la strategia narrativa è sempre la stessa: prendere una storia d’avventura e proporla al pubblico giovane attraverso l’ironia o la reinvenzione di scenari e personaggi. Con Il Pianeta del Tesoro la Disney ritorna al classico di Stevenson dopo la versione live-action del 1950 (Byron Haskin) e la versione all-Muppet del 1996 (Muppet Tresaure Island), e ritorna con due novità: lo stile e la tecnica. Lo stile del Pianeta del Tesoro si basa su un’idea della science-fiction povera di tecnologia e ricca di fantasia, e crea uno scenario ibrido (70% di passato e 30% di futuro) accattivante anche se non originalissimo: da una parte riprende l’esotismo delle storie di pirati (Stevenson), dall’altra lo declina in uno scenario fantascientifico più retro che iper-tecnologico: le navicelle spaziali con la forma dei galeoni (Jules Verne) e l’idea che si possa respirare nello spazio (Guerre Stellari). Mentre lo stile puramente avventuroso paga il suo tributo ai “Brandywine painters” (gli illustratori di libri), in particolare a N.C. Wyeth che illustrò l’edizione Scribner dell’Isola del Tesoro (1911), e ai movimentati “swashbuckling films” (i film di cappa e spada degli anni ’30) che mantennero molto dello stile dei Brandywine nelle loro ricostruzioni d’epoca. Questo scenario di “fantascienza povera” è ricreato, invece, grazie ad una tecnologia ricchissima che è anche il pregio maggiore del film di Clements e Musker. Il problema dell’animazione si è legato sempre di più alle possibilità offerte dalle nuove tecniche computerizzate. All’inizio degli anni ’80 la crisi dell’animazione disney è stata superata proprio grazie all’intervento di Clements e alla sua idea di rivisitare un classico di Andersen in versione musical (The Little Maremaid). Il successo fu enorme, ma ben presto l’idea della rivisitazione non bastò più per assicurare il successo ai film disney. Iniziò la corsa alla tecnologia in grado di offrire effetti pittorici sempre più accurati e sempre maggior fluidità degli scenari. Se la tecnica delle “Deep Canvas” era potuta apparire (anche se limitata a dieci minuti) in un film d’animazione nel 1999 (Tarzan), e i “CG elements” (tecnica digitale) l’avevano fatta da padroni qualche anno dopo (Dinosaur), con Il Pianeta del Tesoro la Disney compie il grande passo: fondere la perfezione dei disegni a mano con la flessibilità dell’animazione al computer. Da una parte è ripresa e dilatata (il 75% del film) la tecnica delle “Deep Canvas” (ambienti 3D generati al computer e ricoperti di texture che garantiscono una libertà totale di movimento all’interno dello scenario senza perdere l’accuratezza dei disegni a mano), dall’altra i personaggi disegnati a mano sono fusi con le parti elaborate al computer (il braccio meccanico di Silver). Il problema principale della grafica computerizzata era proprio l’inferiore resa rispetto ai disegni a mano. In questo modo, invece, la perfezione del disegno a mano finisce per sovrapporsi alla malleabilità degli scenari in 3D, dando la possibilità ai registi di muovere il punto di vista a piacimento all’interno di ogni scenario. Solo grazie a questa tecnica è stato possibile realizzare le grandiose scene delle evoluzioni di Jim sul Solar Surfer, e il personaggio di John Silver. Se lo stile e la tecnica funzionano, non è detto però che l’idea sia vincente. Il punto è che la storia procede troppo meccanicamente, l’interesse è mantenuto alto più dalla bellezza dei disegni che dal racconto in sé, e i personaggi (Silver, Morph, B.E.N.) finiscono per essere mossi dalla voglia dei tecnici di stupire più che da convincenti intenzioni narrative. Inoltre la necessità (tipica della Disney) di inserire nella storia contenuti morali “corretti” lascia meno spazio all’ironia e al fascino dell’avventura, e finisce per rompere il perfetto equilibrio tra racconto d’avventura e racconto di formazione che era propria del romanzo, e per ridimensionare il mistero e il fascino della figura del pirata Silver che si riduce alla funzione di figura paterna nel passaggio di Jim da ragazzo a uomo. Scordatevi i “Quindici uomini sulla cassa del morto”. Al loro posto accontentatevi di John Rzeznik (Goo Goo Dools), e della versione di Max Pezzali (“Ci sono anch’io”).