TRAMA
La vita di Andy Goodrich subisce un’improvvisa svolta quando la moglie, madre dei loro gemelli di nove anni, entra in un programma di riabilitazione di novanta giorni, costringendolo ad affrontare da solo il compito di crescere i bambini.
RECENSIONI
Hallie Meyers-Shyer è figlia dei registi Nancy Meyers e Charles Shyer (scomparso lo scorso anno) ed è alla seconda prova dopo Home Again (uscito in Italia con l’orrendo titolo 40 sono i nuovi 20) del 2017. Sette anni separano dunque questi due film, segnale chiaro che, come la madre (Lo stagista inaspettato, il suo ultimo titolo, risale ormai a dieci anni fa), Hallie è autrice che, scrivendoli, realizza i suoi film dopo un lungo e adeguato periodo di ponderazione. Il parallelo non è proditorio poiché già il suo esordio ci diceva come il cinema della Nostra si muovesse nella scia genitoriale: ambiente di riferimento (altolocato, liberal, creativo), occhio ai classici hollywoodiani (con affermazioni affettuosamente teoriche), tematiche di fondo. A questo proposito se il debutto presentava un percorso di presa di coscienza che, in barba alle premesse romantiche, rafforzava l’autonomia della protagonista, in puro stile Meyers, quest’ultimo si fonda su una rimeditazione post-Minnelli dell’archetipo paterno (è una sorta di sublimata sovrapposizione tra Il padre della sposa e Papà diventa nonno di cui Shyer aveva, non a caso, girato i remake). Dunque, se già Home Again, che si muoveva ai confini della tacita autorappresentazione, può considerarsi un primo tentativo di misurarsi con il modello e la struttura delle opere di famiglia (con tanto di centro narrativo forte al quale collegare situazioni e personaggi con tragitti autonomi), Goodrich (da noi Il padre dell’anno, quasi a ribadire le ascendenze) conferma le coordinate.

Andy (un perfetto Michael Keaton) è un uomo alle soglie della vecchiaia, abbandonato all’improvviso dalla seconda moglie che, intossicata da medicinali, ha deciso di sottoporsi a un percorso di riabilitazione. Rimasto solo senza preavviso, l’uomo deve gestire due figli piccoli e una delicata congiuntura professionale (la sua galleria d’arte versa in cattive acque), rendendosi conto della sofferenza silenziosa della moglie e, parallelamente, assistendo al crollo di molte delle certezze su cui aveva basato la propria vita. L’improvvisa immersione nella realtà domestica, fino ad allora trascurata per via degli impegni lavorativi, lo costringe infatti a confrontarsi con responsabilità rimandate e dinamiche familiari a lungo ignorate. Questa rivoluzione copernicana della propria quotidianità lo porrà di fronte a un percorso di rimeditazione di se stesso (la vera rehab del film), una trasformazione profonda che lo conduce a una sorta di palingenesi interiore.
Questo asse principale si incrocia con la linea narrativa della figlia adulta prossima al parto (interpretata da Mila Kunis, meravigliosa), un personaggio che incarna la passata trascuratezza di Andy, e che amplifica ulteriormente il senso del suo bilancio tardivo. La sceneggiatura stratifica così il discorso, costruendo un protagonista che è, allo stesso tempo, padre distante (e in tentativo di recupero) di una figlia ormai cresciuta, genitore che cerca di farsi presente per i due figli piccoli e futuro nonno. Tre ruoli, tre livelli di responsabilità e consapevolezza con cui Andy è chiamato a fare i conti, tre specchi diversi di una stessa identità che cerca di ricomporsi. E tre dimensioni che ovviamente entrano in conflitto.
È nella gestione di questo piano narrativo sfaccettato che l’autrice dimostra una maturità pienamente raggiunta, tanto nelle situazioni pensate per restituirne al meglio la complessità, quanto nella scrittura sempre precisa dei personaggi secondari, che non sono mai accessori ma elementi fondamentali di una geografia narrativa coerente, portatori di storie sottintese, potenziali spinoff. Soprattutto: ogni figura appare e riappare con una naturalezza solo apparente, poiché in realtà frutto di un’orchestrazione rigorosa che non nasconde – anzi valorizza – il lavoro di cesello nella struttura del racconto.
Un film che punta ai sentimenti con profonda leggerezza, prodotto hollywoodiano d’altri tempi che, temiamo, nulla c’entri con il cinema contemporaneo. E che, proprio per questo, ci teniamo stretti.

Chi è che non sa che la propria moglie è una tossicodipendente? Da molte scene scritte dalla regista di 40 Sono i Nuovi 20 (figlia dei due autori rivelati dal doppio cognome, che erano più solari e superficiali ma con cui condivide i percorsi edificanti) si capisce che il suo film vuole essere (anche) una commedia (la baby-sitter israeliana, il genitore gay che ci prova, la gemella peperina): non è dato sapere se sia voluto o meno, ma non si ride né sorride perché, al contrario, il film è essenzialmente un dramma incentrato sugli usurati temi del marito che trascura casa e moglie per il lavoro e del padre che si ritrova a crescere da solo bambini di cui non si è mai occupato. Arduo comprendere, allora, questa propensione per il genere brillante se non è efficace e pare fuori luogo (con anche capatine cinefile, nella visione di Casablanca, e musicali nell’esibizione di ‘Poetry: How does it feel?’ di Akua Naru). È anche vero, però, che questa anomala commistione dramedy riflette la sfuggente (per come la osserva l’autrice) personalità del personaggio di Michael Keaton (che torna a fare Mister Mamma), un uomo incasinato, di buon cuore e inaffidabile (imbranato ai limiti del verosimile e non in zona comica), che sa farsi volere bene e cerca di rimediare (più a parole e scuse che a fatti): Hallie Meyers-Shyer, cioè, restituisce una figura che non vuole demonizzare per la totale devozione al lavoro che ha messo davanti agli affetti, e questa è già una novità. Lo prende così com’è e lo pone lungo un percorso in cui prende coscienza e fa nuove scelte, anche se con la scorciatoia del fallimento del mestiere (lo avrebbe fatto, altrimenti?).


