Drammatico

HILL OF FREEDOM

Titolo OriginaleJayueui onduk
NazioneCorea del Sud
Anno Produzione2014
Durata66’
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio

TRAMA

Kwon, un’insegnante di lingue, riceve una lettera da un ex-collega giapponese, Mori, che due anni prima le aveva proposto di sposarlo. Dopo il rifiuto di lei, l’uomo era rientrato in Giappone ma ora è tornato a Seoul per rintracciarla. La busta contiene proprio le missive a lei indirizzate durante questa sua ricerca. Ma Kwon, dopo aver letto la prima lettera, lascia cadere la busta e le lettere di Mori si sparpagliano. Non essendo datate non sarà possibile per la donna andare avanti a leggerle in ordine cronologico.

RECENSIONI


Si è già scritto molto sulla derivazione del cinema di Hong Sang-soo da quello francese di Resnais e soprattutto Rohmer: la leggerezza, i racconti morali. In questo film il meccanismo pascaliano caro al regista francese,che si gioca sulla casualità, sulla scommessa e le probabilità, arriva a scompigliare e scompaginare il film fino a un livello intimo, metanarrativo. Le lettere cadute per caso a Kwon fanno sì che il racconto di Mori, il suo passato, non seguirà un ordine cronologico, mentre si interseca con la narrazione del presente, quello che Mori sta vivendo e che annoterà in un altro diario. Viene meno così anche il rapporto consequenziale di causa ed effetto che può essere invertito. Così si può ribaltare l’ordine della scena del ritrovamento del cane con quella della cena offerta proprio per quel ritrovamento. «Il tempo non è una cosa reale, come il tuo corpo, il mio corpo o questo tavolo. Il nostro cervello costruisce lo schema mentale della continuità del tempo, il passato, il presente e il futuro. Credo che non si debba necessariamente vivere la vita così. Ma alla fine non possiamo sfuggire a questo schema mentale perché il nostro cervello si evolve in questo modo, non so perché. Ciò che noi chiamiamo il passato, il presente e il futuro sono solo i fotogrammi fabbricati dal nostro cervello» sostiene proprio Mori nel film.


Hong Sang-soo prosegue così il suo percorso sullo storytelling dopo le tre storie scritte e materializzate di una sceneggiatrice nel precedente In Another Country. Le lettere di Mori ne rappresentano l’equivalente nell’ottica della decostruzione dei processi narrativi, nella scomposizione del racconto in tanti mattoncini che possono essere rimescolati all’interno della stessa storia, o variati in modo da produrre storie con sottili differenze. Il concetto di metanarrazione si accompagna in Hong Sang-soo con il fatto che la sua filmografia da tempo pullula di personaggi che fanno parte del mondo del cinema, registi, sceneggiatori, creatori di storie. E anche in questo film c’è un sottile legame al mondo dello spettacolo: Youngsun, la proprietaria del bar è stata un’attrice e il suo fidanzato è un produttore.
Un’opera secca di poco più di un’ora che si costruisce, come sempre per il regista sudcoreano, sui lunghi momenti di convivialità attorno a tavoli e banconi di bar e ristoranti, bevande e vivande. E ancora a convogliare e perturbare le energie del film è un elemento straniero, in questo caso proveniente da un paese così vicino, rispetto a quella Francia punto di riferimento del regista, ma così lontano per attriti storici ed etnici.