GOODBYE SOLO

Anno Produzione2008

TRAMA

North Carolina. William, un anziano di settant’anni stanco di vivere, incarica Solo, un tassista di origine senegalese, di accompagnarlo fino alla cima di un monte, scelto per il lancio finale.

RECENSIONI

Nera ostinazione

Al suo terzo lungometraggio (i due precedenti, Man Push Cart e Chop Shop, hanno girato parecchio nei festival ma sono inediti in Italia), l'americano Ramin Bahrani (il cognome iraniano deriva dalla terra natia dei genitori), non si perde in preamboli ed entra subito nel vivo dell'azione: un uomo non più giovane è in un taxi e chiede al conducente di accompagnarlo in una località di montagna dove, lascia intendere, porrà fine alla sua vita. Nel resto del film il taxista farà il possibile per distoglierlo dal suo progetto. Con apprezzabile pudore Bahrani gioca la carta dei contrasti: vecchio/giovane, bianco/nero, americano/africano, vita/morte, allegria/tristezza. Non ci sono come nelle classiche commedie, soprattutto americane, gli immancabili passaggi che prevedono la scoperta di una inaspettata voglia di vivere in chi inizialmente vuole morire, non c'è una nuova luce sulla solitudine del protagonista in grado di rendere maggiormente comprensibile il suo gesto. Ci sono indizi, qualche piccola svolta, ma tutto resta suggerito e nell'ambito delle ipotesi. Il centro del racconto è infatti nel legame che si crea tra due uomini diametralmente opposti e nella consapevolezza che matura non tanto nel suicida, molto determinato a rendere definitive le sue intenzioni, quanto nel taxista, che arriva ad accettare la scelta del nuovo amico. Il percorso è sicuramente interessante, ma non privo di forzature. Non si capisce bene perché, infatti, la tanta caparbietà con cui il taxista prova a intralciare i piani dello sconosciuto che gli è piombato in auto non trovi sfogo, data anche la sua estroversione, in un parlare diretto, come se il rispetto impedisse di pronunciare le parole che corrispondono alla realtà dei fatti ("ti vuoi suicidare" viene sempre dato per scontato ma mai esplicitato). Non è che una scelta di questo tipo avrebbe potuto sortire un cambio di prospettive nel candidato al suicidio vanificando la tesi sottesa al progetto? Comunque sia, la piccola progressione prevista dalla sceneggiatura fatica a sostenere i 91 minuti di durata. Più riuscito il finale, in cui la durezza dei gesti è smussata dalla poesia evocata dal paesaggio: una nebbia fittissima squarciata dai colori caldi delle foglie d’autunno avvolge, e in qualche modo protegge, le scelte, anche estreme, dei personaggi. Un'atmosfera quasi onirica in cui vecchie convinzioni cedono il passo, senza rancori, a nuove e risolutive prese di coscienza.