Azione, Drammatico, Fantascienza, Recensione

GEMINI MAN

TRAMA

Henry Brogan, un assassino d’élite, viene preso di mira e perseguitato da un misterioso giovane agente che sembra poter predire ogni sua mossa.

RECENSIONI

Che oggetto strano Gemini Man, fin dalle sue peripezie produttive. Ci sono voluti ben 20 anni perché il progetto riuscisse definitivamente a prendere forma. Dal lontano 1997 ad oggi, dal compianto Tony Scott dietro la macchina da presa all’inafferrabile Ang Lee, un autore davvero atipico per le traiettorie della sua filmografia. E il regista taiwanese non si smentisce, prende una sceneggiatura d’azione  figlia di quegli anni, scarna e prevedibile, e la usa come pretesto per sperimentare. Ang Lee torna infatti ai 120 fps che, insieme all’utilizzo del 3D, non si limitano al classico effetto fluido e accelerato d’iperrealtà, ma desiderano riflettere sulla funzione umana del protagonista scisso tra un corpo fisico e una sua trasfigurazione digitale più giovane. Al di là delle scene action, delle tematiche affrontate, dei facili dilemmi etico-morali, Gemini Man trova un motivo d’interesse nel come relaziona lo spettatore con la doppia interfaccia di Will Smith sullo schermo. Perché seppur “reale”, l’Henry Brogan originale sembra dissociato dall’ambientazione. Il susseguirsi di primi piani sul suo volto, che emerge e si stacca dal contesto grazie al supporto del 3D, creano un effetto straniante, la percezione che il protagonista si trovi nel mezzo di una crisi identitaria. E se è ovvio in termini narrativi per via del suo doppio più giovane che lo vuole uccidere, lo è meno per il ruolo di questo cinema che, pur essendo ancora acerbo e pieno di macroscopici limiti, si interroga sulle evoluzioni tecnologiche del ruolo dell’attore e del suo legame con lo spettatore. Indipendentemente dal fatto che Gemini Man sia un film brutto, rimane la sensazione che il regista con questo gioco da 138 milioni di dollari si sia posto degli interrogativi, abbia voluto realizzare un work in progress che guarda verso un orizzonte dove i fantasmi del passato (e della giovinezza) cinematografica potranno riapparire con maggiore verosomiglianza; non dimenticando però l’importanza della matrice reale come cuore di una visione umanista del mondo e dell’arte. Anche se sei il più bravo killer del mondo.

Il punto più basso dell’onorata carriera di Ang Lee, per quanto rientri appieno nella sua recente ossessione per le sfide tecnologiche, con zenit in Vita di Pi, da cui recupera l’interazione con figure digitali (qui con la versione giovanile dell’attore stesso), e in Billy Lynn, di cui replica l’onanistico girare in 4k a 120 frame al secondo, con tecnologia 3D della Weta Digital che solo in pochi cinema al mondo possono far gustare. L’effetto del software è strabiliante, la digitalizzazione è ancora visibile ma non lo sarà ancora per molto. Lee non ha mai affrontato un soggetto che non avesse risvolti di approfondimento “altro”, che fosse psicologico o esistenziale: nell’atroce sceneggiatura di David Benioff e Darren Lemke, autori anche del soggetto e coadiuvati, in scrittura, da Billy Ray, c’è il tema zen-terapeutico della versione adulta che si rivolge al sé giovane e meno coscienzioso; sul lato spettacolare-commerciale del film, invece, Lee ha già un precedente quando affrontò Hulk, da cui riprende lo scontro con la figura paterna della creatura mostruosa e il tema supereroistico. Perché, alla fine, l’ingrediente più stridente del film sta nel suo abbracciare i modi della Marvel anziché il film d’azione e spionaggio alla Jason Bourne: il clone di Will Smith, una volta digitalizzato, si muove come Spider-Man, fa piroette e usa la moto come arma contundente (il notevole inseguimento per le strade di Cartagena, in Colombia, è rovinato da tali iperboli inverosimili): quando, nel finale, appare l’uomo mascherato invisibile, non si hanno più dubbi in merito. Eppure niente di tutto questo decreta la bruttezza del film: non vedere Ang Lee invischiato in un prodotto di cassetta alla Jerry Bruckheimer (che produce), né i modi da supereroi ma, come accennato, la sceneggiatura, che parte da un’idea usurata fra super soldati modificati, cloni che si ribellano ai creatori e Looper, e la esegue nel modo più grossolano (il top: quando Henry Brogan rivela al clone le proprie idiosincrasie, fobie e preferenze, dando per scontato che sia solo il DNA, e non il vissuto, a determinarli) e debordante di convenzioni da racconto spy e d’azione. Incredibile che, leggendola, Lee abbia accettato di metterla in scena.

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