Commedia

FANTASMI A ROMA

TRAMA

Un palazzo nobiliare rischia la demolizione: sarà salvato dai fantasmi che lo abitano.

RECENSIONI

Il fragile e solido equilibrio di una dimora patrizia, da tempo immemorabile immersa in una lenta decadenza che non fa che aumentarne il fascino ammantato di ragnatele, è minacciato dalla nuova e volgarissima onda delle speculazioni edilizie: i devastanti trionfi del “miracolo italiano” possono essere sconfitti solo dalla centenaria eleganza di alcuni spiriti sapienti. I morti abitano accanto ai vivi, ne osservano le esistenze con divertito distacco, ma non si sottraggono al gioco delle passioni, soggetti come sono, nonostante il tempo e i passaggi di stato, ai molteplici richiami di una carne stinta nei deliziosi toni di un celeste mai così terreno. Il passato non torna: semplicemente, non se n’è mai andato, vive con il presente, lo ama e lo plasma; il futuro dovrà adeguarsi. Tramite la finzione, l’arte (quasi sempre) silenziosa e difficilmente visibile della messinscena, la verità di un passato illustre e non sempre immacolato troverà la pace di un nuovo inizio, degno (o comunque non indegno) della tradizione. La grazia aristocratica, serena (ma non riconciliata) e ironica di Pietrangeli dà vita a una commedia fantastica che non ha bisogno di squadernare effetti visivi più o meno elaborati: oniriche trasparenze e ribaltamenti di campo sono sempre giustificati da precise esigenze drammatiche, e risolti con mano al tempo stesso lieve e sicura. Le battute, paradossali e non di rado spietate, sono inarrestabili, ma non soffocano mai il gioco melanconico e struggente delle proiezioni fantasmagoriche, i colori desaturati e inspiegabilmente luminosi della tavolozza pittorica, la qualità antinaturalistica di una regia che raggiunge il realismo delle passioni, magnificamente astratte, esteticamente coerenti, profondamente commoventi. Percorso da un’ombra di follia con parecchi risvolti al fiele (il personaggio di Regina), FANTASMI A ROMA è (fra le altre cose) un catalogo d’interpretazioni di altissimo profilo: memorabili, in particolare, un triplo Mastroianni (sublime, come al solito) e il grandissimo Eduardo.

Deliziosa favola con sapori felliniani derivanti dalla presenza di molti dei suoi collaboratori: dal co-sceneggiatore Ennio Flaiano ad un fenomenale Marcello Mastroianni (indimenticabile il suo ruolo di simpatico donnaiolo impenitente oltre la vita: ma ne interpreta anche altri due), da Sandra Milo alle inconfondibili e fondamentali musiche di Nino Rota, perfettamente sposate alla suggestiva atmosfera ricreata, quella che regala la scena dei tetti di Roma invasi da spiriti in costumi ottocenteschi. Il divertimento è giocato sull’interazione “invisibile” degli spiriti con l’aldiqua, mentre il fascino di questi ultimi risiede nell’immedesimazione che si crea con il pubblico (entrambi sono voyeur-spettatori, ma i primi possono intervenire nelle trame del racconto) e nell’equilibrio che mantengono fra trasgressione (il discolo piacere del vizio sgridato da boati divini: donne, amore, golosità, tracotanza…) e rispetto (l’affetto che provano per i mortali di buon cuore, specie se depositari di valori “principeschi” del passato). Solo in apparenza è una commedia leggera e disimpegnata: in realtà nasconde, oltre ai temi cari a Pietrangeli (la difesa della figura femminile in un mondo maschilista), un’insolita vena conservatrice, nostalgica di altri tempi, di valori più contemplativi, legati agli affetti e all’orgoglio, retaggio di un’aristocrazia sepolta dalla cultura di massa. Le numerose frecce avvelenate si scagliano contro la volgarità del moderno nell’edilizia (le case popolari costruite abbattendo palazzi antichi), nel consumismo che crea affannoso arrivismo, nell’educazione che favorisce la villania, la grettezza, l’ignoranza, la corruzione, il degrado dei costumi (Donne spogliarelliste e travestiti? I giovani sono senza rispetto), il materialismo ai danni delle buone maniere. Strepitoso il pittore scomunicato di Vittorio Gassman, memorabile la gag dell’inetto critico d’arte.