Commedia d'animazione

ENCANTO

TRAMA

I Madrigal sono una famiglia speciale: ogni membro ha un dono che lo rende unico… tranne Mirabel. Toccherà però a lei salvare la loro casita su cui pende un terribile presagio

 

RECENSIONI

Già dai primissimi teaser poster si era capito che la casita avrebbe rappresentato uno dei punti di forza e di novità del film, se non altro sul piano visivo. Del resto la Disney ha una lunga ed eccelsa tradizione in quanto a pantomime di oggetti animati (la Silly Symphony The Little House, il mobilio incantato de La Bella e la Bestia, il tappeto magico di Aladdin, per citarne alcuni). Le prime indiscrezioni sulla trama ne suggerivano già il chiaro valore metaforico: la magica casita sono i talentuosi Madrigal e il suo progressivo sgretolamento riflette la spaccatura interna di tutti i personaggi, sia presi singolarmente che come nucleo famigliare. Nel suo complesso invece, Encanto rappresenta un altro tassello (è il sessantesimo Classico, per la precisione) di quel variopinto mosaico che da Biancaneve e i Sette Nani in poi cambia inesorabilmente form(ul)a e tecnica, anticipa, riflette e si adegua ai cambiamenti socioculturali portandosi dietro, nel bene e nel male, il peso di tutta la sua storia aziendale e della sua tradizione, non senza grandi pressioni e aspettative delle quali è facile cadere vittima (proprio come accade alla forzuta Luisa Madrigal).

Dagli anni novanta in poi i Classici Disney si sono fatti sempre più stratificati e complessi, i loro messaggi sempre più ricchi di sfumature e, spesso, per controbilanciare, le trame sono diventate più lineari, semplici, affinché i film restino comunque accessibili ai più piccoli; è il caso di Raya e l’Ultimo Drago e, ancor più, di Encanto che peró rompe l’ormai abusata formula del viaggio e opta per una struttura diversa, in scala ridotta, senza peró perdere in spettacolarità avendo ambientato il tutto in una casa incantata che ingloba stanze/mondi: il viaggio è confinato dentro le mura domestiche e il film, più corale che mai laddove in passato si preferiva una coppia di protagonisti spesso e volentieri antitetici, si organizza in una serie di quadri, rafforzando la sua natura di character driven movie piuttosto che concept movie, di tradizione più pixariana (si pensi a Inside Out o Soul). Scompaiono anche i tanto amati Disney pets, le spalle comiche, per lasciare più spazio a tutti i membri della famiglia dove “everybody wants to shine”, come si canterà nel finale. 

“But the stars don’t shine, they burn” continua il verso in questione dell’ultima canzone “All of you” (“Tutti voi” in italiano) che chiude il film palesandone la chiave di lettura: i magici talenti dei Madrigal sono per ognuno di loro una gioia e una maledizione, una gabbia che li definisce solo in funzione dei talenti stessi agli occhi sia del villaggio che della propria famiglia, azzerando il resto della loro persona. È l’errore che compie abuela Alma, vittima a sua volta del ruolo impostole di matriarca e guida del villaggio, che perde di vista la felicità di figli e nipoti, illudendosi di operare per il bene di una famiglia intesa più come simbolo che come insieme di persone care: Bruno si è autoesiliato (senza in realtà mai partire) perché convinto che il suo talento apportasse solo disgrazie, Luisa è vittima di ansia da prestazione, Isabella ha stoicamente accettato di incarnare quella perfezione che si attende da lei, Antonio è terrorizzato dall’idea che per lui si possa ripetere il destino di Mirabel, l’unica a non aver ottenuto un talento e che per questo vive costantemente nel tentativo di dimostrare di essere all’altezza dei suoi virtuosi parenti e delle aspettative di abuela Alma (tormento che angoscia tutti i Madrigal).

In realtà Mirabel possiede un dono altrettanto speciale, unico e raro, anche se non magico: è in grado di vedere oltre il talento (non a caso porta gli occhiali e il suo nome ingloba la radice del verbo mirar), capire gli altri e sbloccarli dalle loro paure e insicurezze (“abre los ojos”, si ripete in continuazione), cosa che le permette di salvare il miracolo dell’encanto (fuor di metafora, la felicità e l'equilibrio della famiglia). Mirabel è quindi l’erede naturale di abuela Alma (anche lei senza un potere magico), la candidata perfetta a rivestire il ruolo di futura matriarca e guida del villaggio (come suggerisce, in chiusura, l’incisione sulla porta di ingresso della casita ricostruita). Si porta avanti quindi quella riflessione sulla famiglia così cara a tutto il cinema d’animazione: storie di orfani in passato (riflesso di un periodo storico che ha strappato madri e padri ai bambini), poi di famiglie disfunzionali e ora “funzionali” ma imperfette e, nel caso di Encanto, sempre più allargate dato che la casita aggiunge sempre nuove stanze. Tali famiglie inconsapevolmente possono anche nuocere ai propri membri, arrivando a cancellare il ricordo di coloro da cui si sono sentite tradite; se in Encanto “non si parla di Bruno” in Coco a Miguel viene impedito di seguire il suo sogno a causa del peccato del suo avo Hector che, escluso dalle ofrendas, è condannato a una damnatio memoriae e quindi a una doppia morte. 

Grande cura e attenzione è stata posta nella trasposizione della cultura colombiana, nei suoi costumi, tradizioni e miti, riprodotti in ogni dettaglio e inquadratura, grazie al classico viaggio esplorativo dal quale gli artisti americani “neo-colonialisti” riportano spunti e ispirazione (prassi che risale ai primissimi film Disney), ma soprattutto grazie alla costituzione del Colombian Cultural Trust, un comitato composto da esperti e studiosi colombiani che sono diventati consulenti per il film (pratica questa di natura prima di tutto pixariana). L’elemento che però più di tutti definisce il film è l’aver dato forma a quel realismo magico tipico delle opere di Gabriel Garcia Marquez, Isabel Allende e Jorge Luis Borges e che si esprime pienamente nella rappresentazione della casita: una casa viva, che respira,  interagisce, sposta oggetti non per magia ma tramite elementi della propria struttura (travi, piastrelle, assi di legno), e comunica i suoi sentimenti muovendo scalini, tegole, stipiti come se fossero parti di un gigantesco corpo. Il resto lo fanno la luminosa palette cromatica, le luci fiabesche, gli attenti effetti sonori e gli incredibili VFX mai stati così semplici eppure incredibilmente complessi, che riproducono con estrema naturalezza il peso di gonne danzanti finemente decorate o dettagli di una natura lussureggiante dalla sconfinata varietà di piante e fiori.

L’animazione non è da meno e raggiunge vette sempre più alte (sembra banale dirlo ad ogni nuova uscita di un Classico Disney, ma è così) nella caratterizzazione unica di ogni Madrigal, sempre ispirata, sorprendente, divertente ed emozionante. A completare questo magico affresco sono le canzoni di un Lin-Manuel Miranda sempre più richiesto, lanciato e sperimentale, in grado di innestarsi alla perfezione alla tradizione (come del resto aveva già fatto con Oceania) e di spaziare da “La famiglia Madrigal” - un po’ tediosa ma perfettamente funzionale (in fondo è una disneyana happy village song) - a “Un miracolo” (immancabile I want song), per poi esplodere con “La pressione sale” e “Non si nomina Bruno” in cui fonde rap, hip hop e reggaeton portando una ventata di freschezza al classico musical disneyano. L'ottima "Cos'altro farò?" è invece un altro esempio di girl empowerment song sulla scia della mega hit "Let it Go" (Frozen) e "Show Yourself" (Frozen II). Degna di nota è l’intera sequenza che accompagna le note di “Dos Oruguitas”, lo straziante flashback che racconta come è nato l’encanto, dall’amore e dal sangue, un miracolo messo in pericolo non da un villain tradizionale, ma dalla naturale e umana paura di perdere ciò che è più caro, ancor più se già una volta è stato portato via. È lì che un semplice abbraccio (ma perché no, anche più di uno), una parola gentile, uno sforzo di comprensione diventano più potenti di qualsiasi magia.