Fantascienza, Horror

DOOM

TRAMA

Da una stazione di ricerca scientifica su Marte arrivano disperate richieste d’aiuto. Viene inviata in soccorso una squadra di marines tutti d’un pezzo, armati fino ai denti.

RECENSIONI

Da Doom non c'era da aspettarsi altro che un filmetto for fans only con trama esilissima, personaggi dalle psicologie inesistenti, un bel po' d'azione e un bel po' di sangue. In effetti, Doom è un filmetto for fans only con trama esilissima, personaggi dalle psicologie inesistenti, un bel po' d'azione e un bel po' di sangue. Il problema è che si tratta di un film abominevole, sostanzialmente immobile e girato senza alcun senso del ritmo e della suspense (da intendere nella sua accezione più povera, cioè come semplice 'strumento' funzionale al mantenimento di un livello minimo di tensione-attenzione spettatoriale). Il solo aspetto vagamente interessante del film di Bartkowiak è il tentativo, limitato a una manciata di minuti, di azzerare la distanza film-videogioco. A tale scopo si è optato per scegliere come referente principale il terzo (e meno rappresentativo) capitolo della mitica trilogia targata IDsoftware, quel DOOM3 graficamente à la page per non dire all'avanguardia con il suo impressionante foto-cine-iperrealismo. E così che verso la fine degli interminabili 100' di pellicola, un lungo piano sequenza in soggettiva segna, a suo modo, una tappa rilevante nella storia dell'interscambio cinema-videogiochi, ossia la trasposizione (più o meno) fedele di un videogioco (DOOM3) all'interno di un film (Doom) senza che, per la prima volta, si crei uno stacco visivo troppo netto. Il cinema diventa videogioco e viceversa, senza soluzione di continuità. La cosa non ha precedenti, dato che le passate irruzioni dei viggì nella 'colonna visiva' del cinema o non rispettavano la realtà grafica dei videogiochi cronologicamente contigui (Tron), o funzionavano da semplice intercalare avulso dal conteso filmico (House of the Dead) o traslavano al cinema il comparto non interattivo, dunque non strettamente (video)giocoso, dei videogiochi (la CGI di Final Fantasy). Ora: ha vera consistenza teorica quel piano sequenza da First Person Shooter 'puro', inserito pari pari nel film? Avvicina veramente i due media? Se sì, lo fa solo a livello grafico-visivo. Per tutto il resto, anzi, ciò che viene palesato è proprio la distanza/inconciliabilità dei due mondi, a partire dall’utilizzo della soggettiva: nel videogioco, a differenza che nel cinema (cfr. Branigan, Casetti etc.), la soggettiva non persegue una vera immedesimazione giocatore-personaggio, la visuale in prima persona di DOOM e consimili non risponde a criteri 'immersivi' ma è un semplice espediente per giocare (leggi: sparare) da un punto di vista privilegiato, spettacolare e divertente. Dunque: se è vero che visivamente l'effetto 'mimetico' del film funziona, è altrettanto vero che, privata com'è dell'elemento ludico/interattivo, quella soggettiva videoludica non 'si fa' affatto cinema, l'effetto straniante Una donna nel lago, elevato al cubo, scatta dopo 10 secondi e a posteriori, l'unica riflessione/conclusione degna di questo nome è: 'cazzo che grafica c'hanno i giochini di oggi, sembra di guardare un film!'.

Postilla: cenni storici di una Maledizione - DOOM è considerato il paradigma dei cosiddetti First Person Shooter, genere (inaugurato da WOLFSTEIN3D, 1992) nel quale con una visuale soggettiva ci si muove in ambienti 3D spesso claustrofobici e futuristici sparando come dei pazzi a tutto ciò che si muove. Il primo capitolo della serie, ideato da John Carmack della IDsoftware, è uscito nel '93 (girava su DOS), ad esso hanno fatto seguito due sequel 'ufficiali' (DOOM2: HELL ON EARTH nel 1994 e DOOM3 nel 2004) più varie espansioni/versioni alternative e conversioni per quasi tutti i sistemi/console presenti su mercato. L'ultimo capitolo uscito, il terzo (quello più legato al film), è il primo che si stacca dall'ormai obsoleto impianto grafico del Doom 'classico', è infatti interamente in 3D e sfrutta tutte le potenzialità dei PC di ultima generazione, sfoggiando architetture poligonali complesse, un impressionante sistema di illuminazione in tempo reale e, ovviamente, nemici anch'essi poligonali, texturemappati alla grande e animati da dio. La migliore versione esistente del 'vecchio Doom', invece, con il suo mix di ambienti 3D e mostri 2D ultrapixellosi animati con 2-3 frame non di più, è DOOM64, uscito per Nintendo64 nel 1996. Il gioco è protagonista, suo malgrado, di una delle rime più gratuite e inutili della storia della musica italiana: - nasi bianchi come fruit of the loom - che diventano più rossi di un livello di Doom (Frankie Hi-nrg Mc, Quelli che benpensano, 1997).

Più di tanto non si può pretendere: il videogioco ‘Doom’ (1993) della ID Software, pietra miliare del genere sparatutto, era e doveva essere basic. Questa produzione ne rispetta sia l’impianto scenografico, sia lo spirito all-action, mentre gli sceneggiatori (che si ispirano, prima di tutto, a ‘Doom 3’, del 2004) aggiungono tracce di elaborazione (il trauma del passato che divide i due fratelli) o qualcosa in più nel disegno dei personaggi della squadra d’assalto, tanto stereotipato quanto efficace (basta uno schizzo riconoscibile: la macchietta del comprimario, il viscido perverso, il fanatico religioso). Andrzej Bartkowiak, dei vari registi con cui ha lavorato da direttore della fotografia, ha preferito imitare tipi come Jan-Speed-de Bont (nel suo essere commerciale) e Richard Donner (nel buon artigianato), piuttosto che un Sidney Lumet: fatto sta che, nel genere d’azione, fin dall’esordio Romeo Deve morire, ha dimostrato di saperci fare. Quel che manca è già alla fonte (il videogioco), ovvero l’originalità, perché siamo sempre dalle parti di Alien e lo script non ha nessuna intenzione di uscire dal seminato, dalla “console”, con sorprese nel racconto o varianti: l’unico colpo di genio c’è verso la fine, quando il personaggio Urban, con il C24 nelle vene, si trasforma nel videogioco, replicandone la famosa soggettiva con spostamenti lungo l’asse, muovendosi negli stessi corridoi, incontrando gli stessi mostri. La versione da 113’ è quella non censurata.