COLPO DI FULMINE (2009)

Titolo OriginaleI Love You Phillip Morris
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2009
Durata97'

TRAMA

Le straordinarie avventure di Steven Russell, uno, nessuno e centomila gay.

RECENSIONI

I Love You Phillip Morris, ribattezzato da distributori italiani forse antitabagisti (o omofobi latenti) Colpo di fulmine, è uno oggetto transgenere sorprendentemente calibrato, capace di ratificare prima e distruggere poi l’insieme vario e coerente di stereotipi socioculturali sulle omosessualità. Al loro esordio dietro la macchina da presa, gli sceneggiatori di Bad Santa Glenn Ficarra e John Requa imbasticono un racconto fatto di riflessi, di manipolazioni en abyme e di depistaggi continui.


Come, per limitarci ai soli esempi recenti, le identità plurime e sfuggenti di geni della commedia (Man on the Moon) o della truffa (Prova a prendermi), così il corpo e il volto di Steven Russell/Jim Carrey si prestano a metamorfosi continue e imprevedibili, nel tempo e nello spazio di un racconto di conseguenza frammentario, zigzagante e dalle tonalità molteplici. Lo spettatore non riuscirà mai a inquadrare la personalità di Steven, personaggio opaco e “fluido” che, paradossalmente, non è identificabile per eccesso di auto-identificazione (sono gay, sono un reietto, sono una vittima, non so più cosa sono…); questa maschera tragicomica agisce inizialmente sugli affetti, chiedendoci di condividere le sue tribolazioni e spingendoci a versare lacrime “precipitose”, e successivamente ci raggela svelandoci che tutto era finzione e inganno. Ficarra e Requa gestiscono questo (meta)teatro di marionette con abilità (movimenti di macchina fluidi e avvolgenti, cura dei dettagli) e intelligenza, avvalendosi di un Jim Carrey semplicemente titanico.


La spiazzante e demistificante American Way of Life di Steven Russell è la rivisitazione, in chiave iperbolica e caricaturale, del pragmatismo di un “uomo qualunque” che, intuiti il funzionamento e i segreti per il successo, decide di approfittarne, di affermarsi negandosi. Steven Russell è un personaggio che finge di essere più persone, o una persona che si nasconde (e, per certi versi, “si uccide”) dietro più personaggi. Egli combatte innanzitutto una battaglia contro l’umano, contro i soffi di autenticità che sovente accarezzano i rapporti personali e sociali aprendo spiragli imprevisti, o vuoti tremendi, nelle vite di ciascuno. Steven ha orrore di questi vuoti, teme di perdersi nell’indeterminatezza. Per questo, decide di assumere i ruoli definiti e immutabili più convenienti e produttivi in un dato momento storico o in un preciso contesto sociale, maschere che cristallizzano, ingigantendoli, i tratti caratterizzanti le tipologie umane di riferimento. Quando, ad esempio, sceglie di dirsi e di essere il poliziotto buon padre di famiglia in piena epoca reaganiana (primi anni Ottanta), è come se si ergesse a rappresentante perfetto di quel tipo sociale. Già, tipo sociale e non essere umano, giacché il camaleontico Steven non aspira a essere qualcuno, ma vive prigioniero di qualcosa, della o delle immagini nelle quali il Mondo ha ingabbiato e, per riprendere il neologismo di Roland Barthes, “medusizzato” l’omosessuale, il poliziotto, l’innamorato, l’avvocato ecc.  L’incidente stradale, più che provocare una folgorazione sulla via di Sodoma, gli conferma l’inevitabilità, per sfuggire alla morte (ma anche alle sofferenze della vita), di dir-si e di reincarnarsinel gay detto (e dettato) dal senso comune. Egli grida « sono gay» e, a partire da quel momento, si ridurrà alle immagini e alle funzioni che la società assegna ad un omosessuale stereotipico: folli spese, barboncini, docce solari, camicie hawaiane e, quando arriverà il momento, slanci melodrammatici alla Bette Davis. Steven si spingerà fino a mettere in scena la propria morte, anch’essa pura (e spregiudicata) attualizzazione delle immagini e dei pensieri dominanti su una malattia incurabile.


Il nostro eroe, in definitiva, incorpora e “sfrutta” fino all’esaurimento i cliché e tale operazione è una riconfigurazione finzionale perfetta della tendenza narrativa dominante in cent’anni di narrazioni e di riduzioni a stereotipo delle minoranze: una, nessuna e centomila maschere che dicono di essere ciò che non sono.  La straordinaria forza del film consiste proprio nel mettere in discussione e far crollare questo sistema di riduzione dell’umano a carattere fisso, a cui il cinema di genere pare (o è parso, nella storia del cinema) condannato. Questa ennesima maschera animata da Jim Carrey, in grado di incorporare tutte le “omocaricature” della storia, se da un lato sembra confermare il pensiero maggioritario, dall’altro lo smonta demistificandolo. Come Steven, I Love You Phillip Morris “spreme” il sistema figurativo dominante per costruire un’identità infinitamente fittizia (un personaggio cinematografico che finge di essere un altro personaggio che finge di essere un altro personaggio) e al tempo stesso distrugge il simulacro dicendoci indirettamente, appunto, che questo personaggio, in realtà, non è nessuno e che quindi tutto è manipolazione e inganno. Cinema incluso, a meno che non sveli l’artificio…