CICLONE ESTIVO, Drammatico

CAFARNAO

TRAMA

Zain ha dodici anni, ha una famiglia numerosa e dal suo sguardo trapela il dramma vissuto da un intero Paese. Siamo a Beirut, nei quartieri più disagiati della città. Zaid non ha però perso del tutto la speranza ed è pronto a ribellarsi al sistema, portando in tribunale i suoi stessi genitori…

RECENSIONI

Presentato nel 2018 al Festival di Cannes, Cafarnao è un perfetto esempio di instant movie uno e trino: una storia edificante, cesellata a partire dall'attualità più drammatica e discussa (dall'istante), costruita prima di tutto per destare immediatamente (all'istante) - più che risvegliare in profondità sedimentando - la coscienza sopita del pubblico occidentale, coscienza destinata a riassopirsi al termine della proiezione, dopo una lacrima ben esibita ed inevitabili applausi di circostanza (quindi, praticamente e per la terza volta, all'istante). Il terzo lungometraggio della regista Nadine Labaki, decisamente più a suo agio nel melodramma fiammeggiante e popolare (CaramelE ora dove andiamo?) che non nel realismo “di pedinamento”, scorre piatto nonostante le piroette della macchina da presa, e resta terribilmente alla superficie delle cose e degli eventi. Il periplo del ragazzo di strada Zain, nel quartiere più povero di Beirut, e del figlio della migrante nigeriana Yonas, non riesce a coinvolgere fino in fondo, ed ancor meno a sconvolgere in profondità. Nonostante il “bagno di realtà”, tutto pare eccessivamente costruito e finisce col suonare artefatto. L'occhio dell'autrice non scava ma sorvola, come il drone nella tanto discussa sequenza nella baraccopoli, sequenza che il rimpianto Jacques Rivette, se fosse ancora tra noi, non avrebbe esitato a stigmatizzare, come già fece con il tristemente famoso carrello pontecorviano di Kapò.

Eppure, nonostante inanelli senza remore soluzioni affatto discutibili (dalla costruzione stessa del racconto, che poggia scientemente sul ricatto sentimentale, all'invasiva e stucchevole partizione musicale), la regista riesce sempre a fermarsi un attimo prima di cadere nell'abisso, a ritrarre la mano in tempo utile, prima di sfiorare l'abiezione totale, come se la sua intenzione fosse davvero “solo” quella di sfruttare un sistema-cinema, svuotandolo di ogni asperità, anestetizzandolo, restando però nell'alveo di un cattivo gusto possibile e passabile, tollerabile e a “fin di bene”, digeribile, esportabile. Il film, che avremmo amato odiare per le ragioni di cui sopra, finisce quindi per risultare un'operazione innocua, incapace di suscitare reazioni forti. Resta soltanto la non piacevole impressione che l'autrice, legittimamente (tutto può essere raccontato, il punto è come quando si decide di farlo), abbia voluto cavalcare ad arte l'onda che ha travolto un mondo ed un popolo. Una tragedia, ad oggi, quasi inenarrabile.