Drammatico

BIK ENEICH – UN FILS

NazioneTunisia, Francia, Libano, Qatar
Anno Produzione2019
Durata96'
Sceneggiatura
Scenografia

TRAMA

Tunisia, estate 2011. La vacanza nel sud del paese termina in tragedia per Fares, Meriem e per il loro figlio di dieci anni, Aziz, che viene colpito per errore durante un agguato. Le lesioni subite cambieranno la vita della famiglia: il bambino ha bisogno di un trapianto di fegato e ciò porterà alla luce un segreto tenuto a lungo nascosto. Aziz e la relazione tra Fares e Meriem riusciranno a sopravvivere?

RECENSIONI

È un esordio notevole quello del tunisino Mehdi M. Bersaoui. Non un film di forma o di regia, piuttosto un solido lavoro di scrittura e di attori, senza che questo abbia – dagli alti scranni dello snobismo cinefilo – un’accezione limitativa o negativa. La struttura narrativa riecheggia il modo farhadiano: l’osservazione – spesso in interni – di personaggi – una coppia – calati in un preciso contesto storico-politico-culturale, in cui le fratture fra individuo e società – di natura tutta etica – vengono progressivamente esposte per mezzo di frequenti colpi di scena, riassestamenti di prospettiva, continue destabilizzazioni della posizione morale. Nel tempo della storia, ci si è da poco lasciati alle spalle la Rivoluzione dei Gelsomini che, fra il 2010 e il 2011, portò alla destituzione del dittatore Ben Ali e diede via agli storici moti della Primavera Araba in gran parte dell’Africa Settentrionale e del MedioOriente. La speranza di una nuova stagione, di una rivoluzione culturale, appare però già in bilico nell'estate del 2011 alla vigilia delle prime elezioni libere, con l’ingombrante ombra del partito conservatore che preme ancora sulle consultazioni. Significativamente, il film inizia qui: un picnic fra amici, borghesi e progressisti, che discutono di politica e scherzano amaramente, consapevoli che l’ebrezza della libertà è già finita e che un nuovo baratro potrebbe essere vicino. Ma l’idillio di un pomeriggio in compagnia, di una famiglia innamorata che canta in auto, viene improvvisamente spezzato dal fuoco di un agguato, in cui il figlio della coppia viene colpito e messo in pericolo di vita: la corsa all’ospedale, il bisogno di un urgente trapianto di fegato e un segreto mai confessato che acuisce la tragedia. Questi due blocchi narrativi, quasi un doppio incipit, così precisi nella loro connotazione contenutistica, esprimono già il principale punto di forza di Bik Eneich – Un fils: la capacità di sviluppare un intreccio, fluido e mai forzato, che mette in dialogo la dimensione politica con il dramma privato.

La compenetrazione di questi due ambiti viene instillata, e poi fatta esplodere, attraverso la rivelazione che Meriem, la madre, fa a Fares, suo marito: nell’ora più buia, di fronte ad analisi mediche che non combaciano, rivela che non è lui il padre biologico del piccolo Aziz. La catena di conseguenze che da qui si scatena va oltre la sfera della crisi coniugale. È una crisi culturale. La legge tunisina, modellata sui dettami della tradizione, non permette la donazione di organi al di fuori del nucleo famigliare biologico. Ma se Fares non può dunque salvare quello che, nonostante tutto, considera ancora suo figlio, a che titolo può ancora considerarsi padre? Impotente di fronte alle certezze della sequenza genetica, ferito nell'onore e nella sacralità della sua identità paterna in frantumi, Fares è pronto a calpestare tutti i suoi valori progressisti e ad aggrapparsi con rabbia a tutte le possibilità di vendetta rese possibili dalla tradizione: ricordando alla moglie del ruolo che le viene culturalmente assegnato nella società arabo-musulmana, le rammenta pure che l’adulterio è ancora perseguibile come reato. Come la Tunisia in bilico alla vigilia elettorale, anche Fares è un uomo in equilibrio precario di fronte ad una scelta morale. L’incertezza del progresso contro le brutali certezze della tradizione: non è così che anche una rivoluzione fallisce? Più di un commentatore dà al film una lettura metaforica, ma la forza di Bik Eneich – Un fils si nutre in realtà proprio dal movimento opposto, ovvero il rifiuto di nascondersi alle spalle di una costruzione allegorica esemplare e di mostrare piuttosto nel concreto come una determinata condizione culturale possa inserirsi e agire sulla vita delle persone. E viceversa: come le questioni private e le posizioni ideologiche, per quanto avanzate, rischino sempre di cedere al giogo della rassicurante tradizione nei momenti di crisi.
La carne al fuoco è tanta – compresa una scioccante e potentissima apertura narrativa sulla questione migranti – ma è una maturità di esecuzione rara quella che sfoggia Mehdi M. Bersaoui, che con il suo convincente film d’esordio si impone come un nome da tenere d’occhio per il cinema della regione. Meritano una nota di plauso gli attori, in particolare Sami Bouajila – meritato vincitore del Premio per la miglior interpretazione nella sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia – che incarna con precisione e trasporto le lacerazioni profonde di un padre ferito nel suo essere uomo, e di un uomo pronto a tutto per essere ancora padre.