Commedia, Drammatico

L’UOMO CHE VENDETTE LA SUA PELLE

Titolo OriginaleThe Man Who Sold His Skin
NazioneTunisia, Francia, Germania, Belgio, Svezia, Turchia, Cipro
Anno Produzione2020
Durata104'
Sceneggiatura
Ispiratoall'opera d'arte moderna Tim di Wim Delvoye (2006)
Scenografia

TRAMA

Sam Ali, un giovane siriano emotivo e impulsivo, è fuggito in Libano per allontanarsi dalla guerra siriana. Senza uno status legale, non è in grado però di ottenere un visto per recarsi in Europa, dove vive l’amata Abeer. Mentre vive aprendo cocktail nelle gallerie d’arte di Beirut, incontra Jeffrey Godefroi, un noto artista americano, con il quale conclude uno strano accordo che cambierà per sempre la sua vita. L’artista infatti trasforma il ragazzo in un’opera d’arte tatuandogli un visto Schengen sulla schiena.

RECENSIONI

Il punto di partenza di The Man Who Sold His Skin è tanto semplice quanto efficace ed è riassumibile con una domanda già parzialmente contenuta nel titolo: “cosa accadrebbe se un rifugiato politico vendesse il proprio corpo per farlo diventare un'opera d'arte?”. Ecco quindi che prendendo in esame soltanto le premesse del film della regista tunisina Kaouther Ben Hania ci si trova di fronte a due universi che presi singolarmente sono in grado di stimolare discussioni infinite: il mondo dell'arte e quello dei rifugiati politici. The Man Who Sold His Skin non ha la pretesa né di sciogliere i dubbi esistenziali su cosa sia o meno l'arte, né di focalizzarsi in maniera particolare su tutte le problematiche legate all'immigrazione, quanto piuttosto di provare ad esplorare una quasi surreale intersezione tra i due mondi, finendo quindi per parlare (anche) d'altro. Anche in questo caso si tratta di un tema presente nel titolo, ovvero quello del “prezzo”, dei soldi, del valore che oggi attribuiamo ad ogni cosa.
Se infatti è chiaro che la provocazione quasi surreale di partenza voglia trasportare la mente dello spettatore verso una riflessione su un mondo in cui gli oggetti materiali con un prezzo e un'etichetta hanno paradossalmente maggiori privilegi e diritti - e quindi anche maggiore importanza - delle persone, dall'altra parte è sufficiente ampliare leggermente l'orizzonte del ragionamento per rendersi conto che il discorso messo in piedi dal film è molto più vicino alla nostra quotidianità di quanto appaia in superficie. Provando ad esempio a sostituire uno spazio espositivo classico come una galleria d’arte con la bacheca di un social network, l'idea di aver “venduto” la propria pelle per ottenere qualcosa potrebbe sembrare qualcosa di non così distante dall'esperienza personale di ciascuno. Mettersi in vetrina, confezionare per gli altri la narrazione perfetta di se stessi, esibire le proprie esperienze di vita significa di fatto anche questo ed è pieno di esempi di vite virtuali che viaggiano su binari paralleli e distantissimi dalle vite reali. È un continuo processo di vendita della propria immagine (in senso lato) che risponde ad un unico vero dilemma: qual è il prezzo di tutto questo?