Biografico

VAN GOGH – AT ETERNITY’S GATE

TRAMA

Questo film è un insieme di scene ispirate a dipinti di Vincent Van Gogh, eventi della sua vita comunemente accettati come fatti realmente accaduti, dicerie e scene completamente inventate.

dal pressbook

RECENSIONI

ESPOSIZIONE DI VAN GOGH

Vincent si muove nella natura, Vincent urla contro i bambini, Vincent guarda in soggettiva bagnata dalle lacrime. «Non è una biografia - dice Julian Schnabel -, è un film sul significato dell’essere artista». Il pittore e regista newyorchese si applica a Van Gogh, percorrendo ancora l’unico, perenne macrotema della sua filmografia, da lui stesso indicato: la ricerca di un’essenza artistica. Dopo il titolo-nome Basquiat, dopo Reinaldo Arenas in Prima che sia notte, dopo Jean-Dominique Bauby ne Lo scafandro e la farfalla, egli inscena l’autore dei Girasoli e come sempre riflette il proprio sentire per interposto personaggio. In virtù di un’ideale affinità: l’artista Schnabel dipinge l’artista Van Gogh. Sono sempre biopic obliqui, quelli del regista, presi di taglio, il suo, percorrendo la prospettiva peculiare che va in cerca non di una figura, ma di una sostanza. Non c’è niente di male nel fare sempre lo stesso film, ripetere un concetto, ritentare un’indagine-ossessione: non importa che Van Gogh abbia circa trenta titoli tra cinema e Tv (tra cui Minnelli, Altman, Pialat). Non è il punto. Il nodo - al solito - è nel metodo di Schnabel, nello stile. Il Vincent di Willem Dafoe si aggira prima nella città, poi per la campagna e infine in ospedale, soffre per afferrare l’ispirazione, beve per riscoprirsi maledetto, urla per declamare i disturbi. «L’essenza della natura è la bellezza», dice, mentre compone un quadro all’aperto, definendo la sua pittura, postulando da solo quell’“essere artista”. Van Gogh è enciclopedia di se stesso, fa autoscrittura, si spiega nell’appunto intimo e nel dialogo con l’altro, soprattutto Gauguin: il continuo duetto tra ribelle e integrato è palese, dimostrativo, didattico. C’è un pittore che pensa a voce alta ciò che dipinge: in un’impostazione del tutto antinaturalistica egli dice chi è, cosa fa, insomma si espone.

Davanti a questa artisticità esplicita Schnabel sceglie sempre l’inquadratura più “particolare” possibile, la più arty, tra soggettive e dettagli, camera a mano e fuori fuoco, in un furioso accumulo di frammenti che vuole farsi mentale e proprio per la sua volontà sfacciata non vi riesce. Ciò che emerge non è l’affresco di un pittore in qualsiasi registro, ma la sua semplificazione letteraria: quella che Schnabel pensa sia un’idea di Van Gogh. Aneddoto puro. Pezzi di artista for dummies. E nell’immagine sghemba Vincent non si trattiene, ma sfugge continuamente. Per questo c’è uno scarto rispetto a Lo scafandro e la farfalla: lì Bauby dopo l’ictus muove solo una palpebra, da paralizzato guarda il mondo, e così lo sfrenato getto compositivo del regista sfiora un senso perfino cinematografico, che riguarda l’atto del vedere; qui, invece, Van Gogh è un “normale folle”, un pazzo come tutti, il suo destino si compie a passo tanto agitato quanto previsto. A minare pesantemente l’esito interviene poi il cast inverosimile: Schnabel chiama gli attori amici nei ruoli secondari e camei, incarnando ciascuno in volto noto, in una pratica alla lunga apertamente incredibile (il Gauguin di Oscar Isaac è scelta spudoratamente tesa a innescare il gioco recitativo con Dafoe); e soprattutto Van Gogh, morto a 37 anni, viene raffigurato in Dafoe, 62 anni, corpo maturo e provato che non concede alcuna sospensione di incredulità. «È finzione - dice ancora Schnabel -, e nell’atto di perseguire il nostro obiettivo, se tendiamo verso la luce divina, potremmo addirittura incappare nella verità». Di fatto la tensione c’è, il continuo dibattersi dell’autore, ma alla fine nella verità no, non siamo incappati.

Coppa Volpi a Willem Dafoe come miglior attore al Festival di Venezia 2018.