Drammatico

ALL THE INVISIBLE CHILDREN

TRAMA

Sette episodi dedicati all’infanzia invisibile e dimenticata.

RECENSIONI

Mani Tese e Varicose

Presentato fuori concorso alla 62. Mostra di Venezia, con l’intento di devolvere il ricavato in un fondo gestito dall’UNICEF, dal World Food Programme (WFP) e dalla Direzione generale per la Cooperazione allo sviluppo, il film collettivo ALL INVISIBLE CHILDREN è quanto di più nobile e necessario si sia visto negli ultimi anni. Partendo da una citazione di Saint-Exupéry (Tutti gli adulti sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano), nei sette cortometraggi realizzati da otto registi si analizza la deriva dell’infanzia nelle sue varie forme: dietro alla purezza ufficiale da rotocalco, dietro il luogo comune della prima fanciullezza come età dell’innocenza si celano ben altre creature, dimenticate ed asfittiche, che infestano il recesso della nostra coscienza. Tutte le buone intenzioni di questo mondo, però, non bastano a fare un film: dal punto di vista cinematografico, con le dovute precisazioni, il risultato è risibile quando non deprimente. Il primo episodio, Tanza di Medhi Charef (3), racconta del bimbo del titolo, 12 anni, guerrigliero che si appresta a distruggere un villaggio africano: verrà incaricato di far esplodere una scuola nella quale, esaminando gli oggetti caratteristici dell’infanzia “normale” (gessi, banchi, lavagna) realizza un’altra possibilità di vita appena prima della fine. Il peggio del populismo e della retorica: il regista sventola una fastidiosa tendenza all’esplicito, mettendo in bocca ai suoi (trasparenti) personaggi parole, parole, parole sino alla spiegazione pleonastica, non richiesta, ricattatoria. L’ultima sequenza, sospesa tra lo spot umanitario ed il cocktail di lacrime ad ogni costo, è una delle peggiori scene che si ricordino a memoria d’uomo; Blue Gypsy di Emir Kusturica (), pur senza strapparsi i capelli (ma con una bottigliata in testa), è lungamente la prova migliore del film. Sul solito Kusturica non c’è niente da aggiungere: lo zingarello Uros deve lasciare il carcere minorile, zeppo di freaks e mattacchioni, ma si trova di nuovo invischiato nel crimine a causa del perfido padre. Spiazzanti e divertenti (l’incontro matrimonio/funerale), freschi e genuini come dal suo creatore, questi 17 minuti svettano nella mediocrità generale perché possiedono il dono di non prendersi sul serio, lanciando il proprio messaggio senza affrontare di petto l’argomento (e quindi generare un frontale), sguinzagliando la levità dell’ironia. Seppur già visto l’entusiasmo è travolgente, indispensabile dimenarsi apertamente di fronte a questo grazioso ritmo gitano.
Spike Lee con Jesus Children of America (4) firma la parentesi più retorica della sua carriera: Blanca, ragazzina di Brooklyn e figlia di una coppia di drogati, deve convivere con la sua sieropositivà. L’abilità dell’afroamericano nel manovrare la cinepresa (la lite scolastica, insieme di frammenti stilizzati) non salva certo la baracca dal predicozzo morale, che stride metallico sulle nostre orecchie, sino a risolversi nell’ennesima, inutile pubblicità progresso per una sorta di centro sieropositivi (neanche troppo) anonimi. Bilu & Joao della brasiliana Katia Lund () perlomeno evita queste trappole, concentrandosi sui due bimbi del titolo che lottano per la sopravvivenza in quel di San Paolo: le giornate sempre uguali, la raccolta forsennata di rifiuti, la minima difficoltà (lo scoppio di una gomma) trasformata in tragedia, il sorriso sempre stampato malgrado la sofferenza non convincono però sino in fondo, risolvendosi nell’innocua storiella impersonale che troppo sfrutta gli amabili protagonisti per ingraziarsi la platea. Jonathan (5) di Ridley e Jordan Scott (padre e figlia, non è chiaro dove finiscano i ‘meriti’ dell’uno ed inizino quelli dell’altro) è l’episodio meglio girato: un fotoreporter di guerra, ossessionato dal suo lavoro, farà uno strano incontro onirico (sogno? Ritorno al passato?) con un gruppo di bambini. Il padre di BLADE RUNNER, questo lo sappiamo, con la cinepresa fa ciò che vuole (pianisequenza, carrelli, ralenti…): qui a latitare è però la trama, affossata da citazioni apertamente didattiche, che nonostante l’appoggio irreale – che poteva essere meglio sfruttato – si riduce ad un percorso di tappe scontate, né carne né pesce, per cadere definitivamente sull’apologia astratta dell’infanzia castrata, lungi dall’offrire qualcosa di personale o memorabile. Ciro di Stefano Veneruso (6) sfrutta troppo la sua napoletanità districandosi sul filo della macchietta (compare la Cucinotta, tra i produttori dell’operazione, e il Mahieux de L’IMBALSAMATORE) a partire dal furto del Rolex d’oro, ma in generale gioca sapientemente sul senso d’iperbole (il ladruncolo è inseguito da un enorme cagnaccio) e restituisce, sparse qua e là, qualche traccia di puro cinema (il gioco delle ombre cinesi in controluce). Infine John Woo: il suo Song Song & Little Cat (4), gioco di specchi tra due ragazzine – una povera e l’altra benestante – riferendosi al singolare percorso della bambola di quest’ultima, è stato comunemente definito l’episodio migliore. Non per il sottoscritto: Woo riporta alla memoria quel vecchio rimprovero impartitoci dai nostri nonni, secondo il quale “non si spreca niente, con quello che lasci ci mangerebbero tanti bambini poveri”. Ritagliando le parti su misura di una bambola, simbolo evidente sino alla volgarità, si facciano le dovute proporzioni: ne scaturiscono venti minuti di moralismo strisciante quindi insopportabile, con alcune punte di sublime bruttezza (il suo vecchio tira le cuoia con una matita in mano, la piccola non solo è zoppa ma anche maltrattata da un avido fioraio ambulante, la ricca famiglia è in crisi ma nella semplicità è il vero benessere… e posso continuare) che confermano il misterioso equivoco della popolarità di questo cineasta.
Questo CHILDREN è in definitiva un film dalla struttura affine a 11/9; ma quello, rimanendo un collage non eccelso, riusciva a superare lo steccato del film a tesi attraversi alcuni sontuosi interventi (Penn e Loach su tutti), affidandosi al taglio trasversale dell’argomento e all’irriducibile potere della divagazione. Qui l’elefante dell’infanzia, patata tra le più infuocate, viene generalmente incornato ad occhi chiusi senza alcuna sottigliezza; si rimane presto ustionati, il film si risolve in un suicidio.