TRAMA
Zona di confine tra Nord e Sud Corea. Un ragazzo, scambiato per una spia, viene ucciso mentre fa l’amore con la sua fidanzata; la donna ed il soldato che ha sparato scivolano gradualmente nella follia più cieca.
RECENSIONI

Riecco il Kim politico con una pioggia di spari che squarcia il buio della notte; meno paradigmatico di ADDRESS UNKNOWN, più furioso e visionario, è una parodia sul filo (spinato) della devianza che lancia uno sguardo obliquo a L’ISOLA – la femmina è ancora folle – innestando, in chiave antimilitarista, di questa infermità la causa scatenante (il grottesco dell’intro) per poi perdersi senza indugio nei buî meandri della psiche umana. Esplicito, urlato, spiazzante, THE COAST GUARD vive del contrasto tra la turbolenza tramica e la parentesi apertamente soave (la camminata nell’acqua) volta a mitigare visivamente tanto dolore; si sviluppa sul parallelo dei protagonisti, nei cui sguardi si innesta una pazzia superiore agli eventi (non casuale ma causale: la guerra è unica ragione) e canta l’assurdità militare scandita dal rituale imbecille. Calandosi in questo angolo ombroso il regista guadagna la sospensione dell’incredulità; se la mossa è concitata e l’attimo amplificato (la gara di pugilato), vi è anche un ripiegamento su sé stesso, solare istinto di (auto)protezione che prevede un ritorno all’amnio materno. L’acqua, di nuovo: le immersioni femminili sono vana protezione, fino al tragico acme nella vasca dei pesci; l’uomo è fenomeno da baraccone, un puntino nella folla pronto a compiere una strage.
Immortalato da una notevole fotografia livida e notturna ed un cast disinvoltamente sopra le righe, nel limbo fisico/psichico si compie una vicenda di depravazione irraccontabile (la carezza della mano mozzata); e se talvolta il regista è rimasto impigliato nell’ambizione politica, qui il contenuto viene appena suggerito (la paranoia verso le spie) all’interno di spunti visivi a tratti miracolosi (tutta la parte iniziale). Dietro la maschera della caricatura si cela il film più disperato di Kim Ki-Duk che, coniugando una minuziosa crudeltà rappresentativa al tenace logorio psicologico, serve un risultato quasi insostenibile; al bando ogni bisbiglio (la scena del fetido aborto), stavolta il coreano urla a pieni polmoni. Chi ha orecchie per intendere...

Uno dei film più attesi del festival è anche una delle delusioni più cocenti. Un film ambientato in zona di confine, dove i militari sudcoreani sono indottrinati e addestrati per prevenire l’ingresso delle spie nordcoreane. Un incidente causa la morte di un ragazzo per mano di un giovane militare che lo ha scambiato per un nemico. Da qui il film vira e procede nella discesa verso la follia dei due protagonisti, il militare che ha sparato e la ragazza che stava facendo sesso con il ragazzo ucciso mentre veniva crivellato di colpi (!?). Kim Ki-Duk fa il possibile per creare un luogo metaforico in grado di suggerire un’idea del confine che si insieme geografica, politica e mentale. Il problema è che calca la mano sul pulsante del grottesco e il film si perde in vani tentativi estetizzanti (la protagonista che entra nella vasca dei pesci) e caricature della vita militare.


