TRAMA
Una comparsa di origine indiana, espulsa da Hollywood perché combinaguai, è invitata per sbaglio ad un party di importanti produttori cinematografici.
RECENSIONI
Un altro personaggio memorabile di Peter Sellers (le prove generali del suo impassibile indiano le ha fatte in La Miliardaria di Anthony Asquith), fintamente intelligente, ottusamente disinvolto, impacciato e gentile, a confronto con la spavalderia e la boriosità del jet set cinematografico. Blake Edwards, che ritrova il comico della Pantera Rosa, non prende tanto di mira Hollywood (in questo senso, firmerà un capolavoro con S.O.B.) ma la logica del party glamour in sé, opponendo genuina calamità a ipocrita aplomb in un crescendo di inconvenienti che prepara alla baraonda finale (pensando a PlayTime di Jacques Tati o all’Harold Lloyd di Follie del Cinema): la sua idea di tempo comico, in questo caso, è davvero peculiare nel momento in cui staglia le gag (anche) da comica muta su di una base sonnolenta, intorpidita come il suo protagonista. L’effetto è a doppio taglio: da un lato la comicità erompe potente, dall’altro viene risucchiata quando lascia gestire a Sellers i tempi morti di una sceneggiatura striminzita in cui c’era molto spazio per improvvisare ed era fondamentale la giustapposizione della coralità. In apertura c’è la distruzione del set di un remake di Gunga Din, in chiusura la vittoria dei giovani del ‘68. Sobriamente incisiva la fotografia di Lucien Ballard.
