Drammatico

22 LUGLIO

Titolo Originale22 July
NazioneNorvegia, Islanda
Anno Produzione2018
Durata143'
Sceneggiatura
Trattodal romanzo One of Us di Åsne Seierstad
Scenografia

TRAMA

Il 22 luglio 2011 un estremista di destra uccise 77 persone facendo esplodere un’autobomba a Oslo prima di compiere un omicidio di massa in un campeggio di adolescenti. Da una storia vera.

RECENSIONI

È la seconda volta nello stesso anno che il cinema si occupa dei terribili avvenimenti del 22 luglio 2011 in Norvegia, in cui l’estremista di destra Anders Breivik organizzò un duplice attentato: un’autobomba vicino ai palazzi governativi di Oslo, in cui persero la vita 8 persone, e un’incursione armato e vestito da poliziotto nell’isola di Utøya, dove era in corso un campus organizzato dalla sezione giovanile del Partito Laburista, in cui fece 69 vittime, in gran parte ragazzini. Il punto di vista delle due opere è diversissimo. Il film Utøya 22. Juli di Erik Poppe mostra l’orrore dall’interno, attraverso gli occhi di una ragazza presente al campus e trasforma il massacro in un virtuosistico piano sequenza dove si diventa testimoni dell’orrore ma l’assassino non si vede mai. Paul Greengrass, assoldato da Netflix per l’occasione, trae invece ispirazione dal libro Uno di noi - La storia di Anders Breivik (One of Us) di Åsne Seierstad e pone l’attentato terroristico solo come premessa per i successivi atti giudiziari nei confronti di Breivik.

Se la prima parte, quella della ricostruzione della strage, è nelle corde di Greengrass e condotta con ritmo e tensione (del resto stiamo parlando di colui che ha creato e portato al successo la saga di Jason Bourne), il focalizzarsi sul post, affiancando in parallelo il ritorno alla vita di alcuni scampati alla carneficina (soffermandosi in particolare su un nucleo familiare), i processi che vedono Breivik protagonista e la quotidianità dell’avvocato che accetta di difenderlo, finisce per aggiungere poco al noto. Se questo può essere fisiologico considerando che le sequenze con protagonista Breivik sono in gran parte una ricostruzione di quelle, reali, visibili in rete, era invece nella messa in scena del non conosciuto che qualcosa di più personale e meno scontato si poteva osare. Tutto si sviluppa invece in modo equilibrato ma piuttosto prevedibile con tempi, scansione delle emozioni, stratagemmi narrativi (quei brutti flashback sonori) e impaginazione da prima serata televisiva. Lo sguardo adottato finisce quindi per essere prettamente illustrativo. Uno scoglio difficilmente sormontabile è quello linguistico, di cui gli spettatori Netflix si accorgeranno solo optando per la versione non doppiata. Che senso ha chiamare attori norvegesi a interpretare personaggi norvegesi per poi farli parlare in inglese? Il cinema è finzione, si sa, ma l’effetto è davvero stridente e toglie forza, e soprattutto credibilità, al racconto.