Commedia, Drammatico, Recensione

LA PERSONA PEGGIORE DEL MONDO

Titolo OriginaleVerdens verste menneske
NazioneNorvegia, Francia, Svezia, Danimarca
Anno Produzione2021
Durata121'
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Oslo, giorni nostri. Alla vigilia dei suoi trent’anni, Julie deve riconoscere con riluttanza di non avere ancora combinato niente nella vita e che ciò non sembra destinato a cambiare in tempi brevi: a peggiorare le cose, Aksel, il suo fidanzato più grande e autore di graphic novel di successo, le fa pressione per accasarsi.

RECENSIONI

Joachim Trier, dopo aver divagato nella medio-grande produzione piena di star (il sottovalutato Louder than bombs) e nel cinema di genere rivisitato auteur (il thriller paranormale bergmaniano Thelma), riprende e conclude il suo progetto identitario: la trilogia di Oslo cominciata con Reprise (2006) e proseguita da Oslo, 31 agosto (2011). Il primo elemento ritornante è ovviamente l'ambientazione nella capitale norvegese che si fa personaggio caratterizzante proprio come fu Parigi per la Nouvelle Vague o Manhattan nel cinema di Woody Allen - nomi scelti non casualmente se, come vedremo, si scopriranno influenze decisive. L'altro personaggio ricorrente è l'attore Anders Danielsen Lie che, come il personaggio di Woody o Antoine Doinel, è alter ego del regista. Se per la prima volta non è lui l'headliner e protagonista bensì una perfetta Renate Reinsve (premiata a Cannes per il suo studio di millenial volubile e irrisolta), se Trier di conseguenza ha compiuto un passo di lato e ha messo al centro della scena una protagonista femminile, sorge subito il sospetto che si tratti di un film policentrico in cui il ricorrente martirio dell'artista narcisista imbevuto di esistenzialismo prenderà dialetticamente una nuova direzione e un nuovo significato.
Certo, i due protagonisti - ugualmente candidati al titolo ironico di "persona peggiore del mondo" - hanno molti tratti comuni come l'irresolutezza e il disadattamento anche se li declinano in modi differenti, secondo la divisione rohmeriana tra uomini troppo razionali e donne istintive e impulsive. Come già l'anno scorso Un altro giro del quasi-connazionale Vinterberg, La persona peggiore del mondo è un film archetipico sulla crisi della quarantina (di regista e attore) che si carica di elementi dello spirito del tempo e diventa, anche, un istant movie generazionale. Se Aksel, in una delle scene più toccanti del film, scritta con la chirurgica essenzialità bergmaniana che colpisce al cuore delle cose che contano, enuncia gli elementi soliti della crisi di mezza età come l'insoddisfazione, la paura dell'invecchiamento e della morte, il distacco definitivo con il mondo nuovo, la crisi di Julie è un ibrido con il coming of age adolescenziale, la generica confusione che è dell'adultescenza, lo status ibrido dei millenial persi nel limbo "attorno ai trent'anni" spesso circondati da genitori ancora più infantili (una figura, quella del padre-bambino, significativamente ovunque nel cinema recente, da Toni Erdmann in giù), smarriti nel chiaroscuro che genera mostri tra il crepuscolo di un'era e l'alba della successiva. Julie è sia un individuo tratteggiato con pari acume da sceneggiatura e recitazione, sia un corpo somatico delle perturbazioni attuali, un ritratto di Dorian Gray generazionale, un diapason che vibra a ogni tendenza socioeconomica e la trasforma, inconsciamente, in postura esistenziale. La precarietà lavorativa, la necessità di farsi fluidi e flessibili diventa naturalmente nomadismo sentimentale (e fisico, se a ogni amore corrisponde un trasloco), attitudine picaresca di avventura in avventura, terrore della staticità, della scelta di una forma cui è preferibile la formazione a tempo indeterminato (Julie nel giro di un paio di anni studia medicina, poi psicologia, quindi prova come fotografa, scrittrice...). L'esistenza come naufragio porta tanti momenti esaltanti ma ha anche il rovescio del senso di inadeguatezza e smarrimento. Le piccole e grandi fughe di Julie, i "tradimenti" nei confronti delle strade maestre, hanno per risvolto le crisi di cattiva fede e sbando e soprattutto la sensazione di «essere una spettatrice, un personaggio secondario della propria vita» che, come un personaggio di Dostoevskij, si chiede «quando comincia la vita?».

I capelli di Julie cambiano continuamente colore, come un segno fin troppo scoperto. Il suo è un corpo in costante deterritorializzazione, che non smette di essere esplorato. Julie è una città, Julie è Oslo - e viceversa. La prima inquadratura, splendida, la presenta in piano americano contro la città, la profondità di campo azzerata perché possa aderire alla sua superficie. Innanzitutto si ribadisce che la metropoli, cantata come "luogo impossibile" all'amore per ritmi e prosaicità, è in realtà lo scenario romantico per eccellenza (come accennato, è il primo di molti debiti verso Woody Allen). Come l'altra protagonista, Oslo è cangiante con la sua architettura relativamente anonima che reagisce a ogni variazione della luce, a ogni diverso momento del giorno, assorbendo la notte, l'alba, il crepuscolo per dare ambienti emotivi ai quali Julie si abbandona. «All'improvviso Oslo divenne una città nuova». Così la straordinaria scena della festa è innescata da una deriva dentro una città incandescente che stimola a provare una nuova identità. Inoltre, nella scena più scopertamente rom-com, Oslo e tutti i suoi abitanti si siderano per ventiquattr'ore e lasciano spazio e tempo all'anticipazione di un amore che sta per avversarsi. La persona peggiore del mondo è un esperimento significativo anche in termini di genere, una possibilità rigenerativa della commedia romantica che conobbe un'epoca aurea nella fine della storia tra gli anni '90 e l'inizio anni zero per finire travolta dal crollo delle Torri Gemelle. Forse il modo attuale passa dall'idea di Trier di mescolarla all'esistenzialismo (recupero alleniano) e poi decostruirla. Il film si fonda sulla dialettica tra assenza e eccesso di struttura (la divisione in capitoli, il voice over a dare unità e senso). Esattamente come la sua protagonista.

Il secondo candidato a persona peggiore del mondo è Aksel (Danielsen Lie in un'altra stupenda prova d'attore), fumettista politicamente scorretto, deciso a prolungare l'afflato dell'underground novecentesco in fatto di provocazione antiborghese e assolutismo sulla libertà creativa. Lui e i suoi amici prendono superficialmente in giro la nuova sensibilità portata dalla generazione di Julie, autrice dell'articolo Sesso orale al tempo del #metoo, e le sue parole d'ordine. Aksel è anche protagonista di uno scontro radiofonico con una "post-femminista" che rinfaccia e corregge le scorrettezze di "Lince" e del suo autore. Trier descrive una fenditura epocale senza risparmiare puntate satiriche alle sclerosi di entrambe le parti in causa, alle rispettive impunture e fanatismi. Si ride grasso sulla grottesca deriva ultra-ecologista dell'ex fidanzata di Eivind ma le preoccupazioni da climate anxiety di Eivind hanno tutti i fondamenti possibili. Il senso più profondo è la rappresentazione di un passaggio di consegne. La storia d'amore tra esponenti di mondi diversi è per entrambi la più importante e decisiva; Julie definisce Aksel «una delle persone meno giudicanti che ho conosciuto». E l'epilogo sembra suggerire l'accettazione, da parte della protagonista, che il proprio destino sia non avere destino. È proprio la sospensione del giudizio lo spazio emotivo dove si situa il film: il tramonto gattopardesco di un personaggio (che muore dopo aver già abbandonato il mondo, aver perso la voglia o la possibilità di aggiornarsi e risintonizzarsi) e della visione che incarna e l'affermazione di una sensibilità differente, di un modo di navigare (a vista) l'esistenza, un mondo nuovo, non necessariamente migliore o peggiore, semplicemente altro, come è giusto e naturale accada.