Thriller

11 MINUTES

Titolo Originale11 Minut
NazionePolonia/ Irlanda
Anno Produzione2015
Genere
Durata81'
Sceneggiatura
Scenografia

TRAMA

Varsavia. In undici minuti, quelli che vanno dalle 17 alle 17.11, le vite di una serie di individui si intrecciano inesorabilmente.

RECENSIONI


Aggirandosi nella Varsavia contemporanea, Jerzy Skolimowski cattura un frammento temporale apparentemente casuale – gli 11 minuti che vanno dalle 17 alle 17.11 – delle esistenze di una serie di individui  che si trovano a occupare, per qualche istante, uno spazio fisico circoscritto. 11 Minuti, presentato quasi in contemporanea a Venezia e Toronto, è un thriller pimpante, adrenalinico e freddo, in cui il veterano del cinema polacco sembra divertirsi a incastrare storie diverse, vorticosamente lanciate verso un’imprevedibile conclusione.
Un’aspirante attrice, tallonata da un marito geloso e molto sudato, incontra un regista hollywoodiano nella suite di un grande albergo. Un ragazzo tenta una rapina, ma trova una sorpresa. Una coppia s’incontra fugacemente in pausa pranzo. Un venditore di hot dog chiacchiera con un gruppo di suore affamate, ma nasconde qualche scheletro nell’armadio. Una ragazza rompe con il fidanzato e gira con un cane. Un’équipe di medici penetra con la forza in un appartamento. Un corriere della droga si sta per sposare, ma si concede qualche diversivo. A un anziano disegnatore cade una goccia di troppo sulla tela.


Frantumando la linearità delle singole vicende – scomposte e rimontate con millimetrica precisione – Skolimowski costruisce un raffinato mosaico il cui il disegno complessivo sta tutto nel lampo finale, un meccanismo a orologeria che procede fatalmente verso una sorta di apocalisse urbana. L’unità non è però da rintracciarsi sul piano narrativo – alla Babel, per esempio, dove abitanti di mondi estremamente lontani si ritrovano a condividere qualcosa di estremamente importante. Qui i personaggi rimangono, per lo più, estranei gli uni agli altri. Le loro esistenze scorrono parallele e indipendenti, fino a un comune punto di non ritorno. Si conoscono superficialmente, o non si conoscono del tutto. L’incastro si ottiene a un livello differente. E’ dato da una prossimità estrinseca, provvisoria, legata alla condivisione di uno spazio-tempo delimitato.
Per la sua natura corale, 11 Minuti si colloca agli antipodi del solitario e disperato Essential Killing – ultimo film di Skolimowski presentato in concorso a Venezia (edizione numero 67) –, concentrato su una figura individuale, quella del talebano Vincent Gallo, impegnato in un’impossibile fuga. 11 Minuti comincia in medias res. Skolimowski condensa tutto ciò che c’è da sapere sui personaggi in un prologo che anticipa i titoli di testa e si colloca, temporalmente, in un periodo imprecisato che precede le ore 17. Per evidenziare la rottura con quel che avverrà dopo, le prime scene sono rapide, grezze, riprese con una serie di supporti alternativi, come smartphone e telecamere a circuito chiuso.


Gli undici minuti di cui si compone il tempo filmico successivo sono invece dilatati a dismisura, decomposti, esplorati in ogni dettaglio e rivisitati da angolature differenti. Un medesimo frammento di dialogo (ad esempio, una surreale conversazione sugli hot dog) è riprodotto più volte, da prospettive diverse – a svariati minuti di distanza nella realtà, in contemporanea nel racconto. Per cogliere i nessi a distanza, bisogna prestare attenzione, e allenare occhi e orecchie. Progressivamente, saltando da una storia all’altra, chi guarda è indotto a costruirsi una sorta di mappa geografica mentale, i cui punti cardinali diventano l’albergo, il carretto degli hot dog, il parco, il fiume. In cielo – dove tutti i personaggi, ma non gli spettatori, possono contemporaneamente guardare – si scorge un punto di materia oscura. Dall’alto della camera dell’hotel, compare invece una Varsavia dinamica, attraversata dai grandi assi stradali che, laggiù, il corriere della droga percorre sfrecciando sulla moto, mentre la musica sembra esplodere dallo schermo.
Una domanda sorge spontanea. E allora? L’empatia con i personaggi non scatta mai. Rimangono una galleria di volti anonimi. Quando tutto salterà – letteralmente – per aria, sarà difficile compatirne la sorte. Ma, forse, è proprio questo che il regista polacco cerca di fare: fotografare la precarietà dell’esistenza e darci la misura della nostra ineludibile indifferenza. Qualcosa di più di un esercizio di stile, sebbene il maggior merito del film stia probabilmente nelle sue preziosità tecnico-formali. Il messaggio, morale, è ben chiaro e – di nuovo forse – tendente al didascalico. Le nostre esistenze sono appese a un filo. L’imponderabile può accadere da un momento all’altro. E tutto questo può succedere in modo distruttivo. Le vite di singoli sconosciuti possono mischiarsi in modi inattesi. Al comando c’è il caso. Tuttavia – per quanto possa rivelarsi importante, decisivo, per noi – tutto questo non è che un trascurabile, insignificante, frammento, di un fagocitante meta-racconto che tutto ingloba e tutto digerisce, trasformando spasimi di vite vissute in un brusio indistinto.