Commedia

VICKY CRISTINA BARCELONA

Titolo OriginaleVicky Cristina Barcelona
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2008
Genere
Durata96'
Sceneggiatura
Scenografia

TRAMA

Vicky e Cristina sono in vacanza a Barcellona (ma va’?) dove incontrano Juan Antonio, affascinante pittore di successo, che le invita per un weekend di arte, cibo e sesso a tre.

RECENSIONI

Scrivere del nuovo film di Allen costringe, anno dopo anno, all'identificazione con l'oggetto del discorso - ossia, più o meno - all'autoriciclaggio dissimulato: tanto Woody continua a ripercorrere, a ruminare e a riproporre in lungo e in largo il suo cinema cercando di aggiungere qualche elemento inedito (o dimenticato), quanto il recensore è suo malgrado costretto a tergiversare e a girare intorno a consolidati loci critici alleniani per il timore di ripetersi e di venire accusato di pigrizia intellettuale. Un'ipotetica recensione di Allen 2007 (Sogni e Delitti), ad esempio, avrebbe potuto iniziare ricordando che il film è un'obliqua riproposizione di Match Point, che a sua volta era (e del quale si era detto essere) una copia di Crimini e Misfatti, e che in Scoop c'era parecchio Match Point, dunque anche un po' di Crimini e Misfatti, e un (bel) po' Misterioso omicidio a Manhattan, e che quindi (...). Per dire. Ma abbiamo tergiversato abbastanza. Con probabile pigrizia intellettuale (va però ricordato il discorso/alibi iniziale sull'identificazione) diciamo che Vicky Cristina Barcelona chiude in tutti i sensi con la trilogia londinese, e dunque con quel grappolo di riciclaggi testè accennato, per cambiare location e riciclaggi (leggi: 'temi'). L'utilizzo che Allen fa dell'ambientazione spagnola ci consente, intanto, di toccare uno dei loci critici di cui sopra, ossia la sbrigativa approssimazione con la quale Allen scrive le sue sceneggiature; la Spagna di VCB è una Spagna precotta da asporto, dove Gaudì e Mirò la fanno da padroni, si consumano abbondanti pasti mediterranei, i calici di vino sono ovunque, nessuno lavora e si fanno le ore piccole a intimissimi concerti di qualche simil Segovia, tra compostissimi intellettuali tutti barba e sandali. Ma che il vecchio Woody non avesse intenzione di affaticarsi troppo in sede di scrittura ce lo avevano annunciato i dieci minuti iniziali, nei quali la voce over più invasiva e logorroica mai udita negli ultimi anni di cinema narrativo ci squaderna, per filo e per segno, le psicologie delle protagoniste e ci illustra i primi passi della vicenda con pleonastica dovizia di particolari. Si prosegue così, con l'aggiunta di personaggi stereotipati dalle specifiche, e palesi, finalità narrative [il padre di Juan Antonio, sorta di più grande poeta vivente che il mondo è indegno di leggere - a rafforzare il maledettismo da cartolina del figlio -, il marito di Vicky, tutto buon senso, alta definizione e pattine - da contrapporre alle orde di 'creativi' (sic) che sembrano popolare la Spagna -] e con la voce over che continua a fare il lavoro sporco, spiegando in una manciata di parole snodi drammaturgici chiave (l'epifania di Cristina, che di punto in bianco rompe il ménage à trois) e chiudendo il film con la (non) morale bell’e pronta. Sul fronte tematico, siamo di nuovo al binomio arte-vita, all'amore, al rapporto di coppia (è così) e, più nello specifico, Allen torna alla polarizzazione dei potenziali partner, con tutte gli intrecci e le implicazioni psico-sociali che ne derviano: Vicky deve scegliere tra il solido uomo d’affari e l'artista fuori dagli schemi, Juan Antonio tra l'istintiva Cristina e la riflessiva Vicky, con il terzo (in)comodo della scheggia impazzita Maria Elena, ed è forse superfluo ricordare quanto l'indecisione sentimentale tra opposti abbia caratterizzato molta filmografia alleniana (Manhattan, Hannah e le sue sorelle, il recente Match Point ecc.). Registicamente, Allen è sempre meno identificabile, avendo abbandonato anche quei piccoli vezzi caratterizzanti (i piani sequenza coi quali risolveva le scene di dialogo, ad esempio) ma si mostra ancora sicuro nella direzione degli attori: Bardem se la cava egregiamente con un tipo che è quello che è, la Cruz potrebbe esagerare ma non ne approfitta troppo, la Hall rende convincente il personaggio più modulato della compagnia mentre la Johansson (doppiata da Ilaria 'Bart Simpson' Stagni), di nuovo alle prese col ruolo della bombetta sexy, persevera con i suoi ormai proverbiali, castissimi amplessi in reggiseno.

L'estate di Allen, anche se calata nella mediterraneità saporosa della terra iberica, ha riverberi autunnali. La luce ambrata, i riflessi arancioni e rossastri più che abbagliare sembrano sfumare in un soffice tappeto di foglie novembrino. Le delizie assaporate dalle due donne americane in vacanza, in forma di cibo, vino, arte e corpi, tracciano una tavolozza di occasioni caduche ed effimere. E Allen le riprende con una messinscena carezzevole e sensuosa, adottando anche insolite (per il suo cinema) dissolvenze incrociate e sfocature ravvicinate (che non sono quelle nevrotiche di Mariti e mogli né quella ontologica di Harry a pezzi ma sembrano più tradurre una resa dei sensi). Il lussuoso catalogo turistico sfogliato di fronte ai nostri occhi risponde alle esigenze della commissione ma altresì a quelle della narrazione: cosa volete che facciano due turiste statunitensi a Barcellona (turiste che per inciso non hanno mai sentito nominare Oviedo) se non ripercorrere i soliti (sacrosanti) battuti itinerari, Gaudì, Mirò (Tapiès e il Macba a voler osare di più), suggestive architetture religiose, sieste campestri, chitarra di flamenco, vino rosso e tapas? Clichés esotici, anche umani, che verranno pian piano digeriti (con rischi di ulcera), confermati o smontati come nella figura di Juan Antonio, qualcosa di più o di diverso dal solito macho latino, artista seduttore con camicia scarlatta. L'impianto edonista è però passato al filtro di una voce narrante che con chirurgica freddezza e illusoria compartecipazione descrive analiticamente gesti e sensazioni dei personaggi in scena: le vicende di Vicky e Cristina vengono simultaneamente riproposte, quasi duplicate, in una terza persona impassibilmente sorniona che instaura una sorta di pungente distanza tra noi e loro. Nelle forme di un romanzo libertino con forti suggestioni jamesiane (l'urto tra il pragmatismo americano di ascendenza puritana e la raffinatezza decadente e 'corruttrice' del Vecchio Mondo) si snoda così un animato e fragrante marivaudage con retrogusto amaro che richiama alla mente (e al cuore) i racconti morali rohmeriani, una combinatoria amorosa che ha il suo fulcro nell'autoinganno di cui tutti sono coscienti e meno coscienti vittime, attraversata da una vena di erotismo autentico, perché mette in campo non solo il desiderio ma anche e soprattutto l'insoddisfazione. Gli autoinganni e le frustrazioni intaccano l'arte e il talento, tra studiose della cultura catalana che non parlano lo spagnolo, attrici che non sanno recitare (ma sanno fotografare), pittori che non sanno dipingere senza vampirizzare ispirazioni altrui e, caso estremo, poeti formidabili che si autoesiliano da un mondo che non ha imparato ad amare, negandogli le proprie opere di cui proibiscono pubblicazione e traduzione. La comunicazione con se stessi e con gli altri è resa difficile dall'uso di codici e linguaggi incompatibili. L'amore è lost in translation. Al contrario, le attrici (di Bardem, corpo pulsante, uomo fragile, si è già detto) traducono ottimamente lo scacco: le nevrosi rigorosamente tenute a bada di Vicky/Rebecca Hall, la fatuità pensierosa di Cristina/Scarlett Johansson, l'amarezza soffocata nel bon ton di Patricia Clarkson, tutti furori sopiti o sussurrati di cui si fa catalizzatrice la vampa violenta di Maria Elena, un'enorme Penelope Cruz alle prese con un personaggio di esplosiva visceralità (memorabile la sua reazione all'annuncio dell'abbandono da parte di Cristina, in perfetto equilibrio tra i ritmi della commedia e gli umori del melodramma più lacerante). Lasciando il terzo polo del triangolo, Barcellona, Vicky e Cristina sembrano partire così come erano arrivate ma qualcosa è cambiato, qualcosa si è rotto. Se nell'inquadratura iniziale lo split screen sanciva i compartimenti stagni delle loro convinzioni amorose-esistenziali, quella conclusiva le ritrova ugualmente meditabonde e lievemente accigliate ma stavolta unite nella dissolvenza in nero del dubbio e del ritorno.

Dopo tre film girati a Londra, la tournée europea di Woody Allen approda in Spagna con la neo-musa Scarlett Johansson e mette in scena la commedia sentimentale secondo le sue (ultime) convinzioni, ruotante sull’Amore impossibile, per vessazioni dell’anima gemella cui manca un ingrediente fondamentale, per equilibri immancabilmente precari, per opportunismo, insoddisfazione cronica tipica dell’essere umano, paura di perdere i punti di riferimento, follia passionale. E l’altra faccia della sua cinica disquisizione è sempre l’Arte, qui contrapposta e complementare fra muse, anfitrioni ed egoistico appropriamento di una dimensione in cui l’altro non “serve” più. Riflessioni autobiografiche sparse nelle interazioni/scambi di ruolo fra una sorta di Melinda e Melinda, con due donne (apparentemente) contrapposte, affiancate da una meravigliosa Penélope Cruz (il triangolo+1 non è solo erotico ma archetipico, esistenziale): proiezioni del gentil sesso che l’autore ha incontrato nella vita privata, delle dinamiche dell’universo femminile da cui è rimasto, evidentemente, schiacciato. Peccato siano temi resi banali da una sceneggiatura dove è arduo distinguere la commedia, in cui non si ride, dal dramma in cui non si freme, e da una messinscena/struttura abbastanza schematica. Il “fuoco” alberga solo, e brucia magnificamente, nei personaggi di Javier Bardem e Penélope Cruz stretti da amour fou (complice il loro affiatamento, previa vera liaison durante le riprese), cui Allen riserva lo sguardo più complice in quanto coerenti, diretti, generosi, mai vittime di compromessi e ipocrisie borghesi: sono un modello da seguire cui l’autore, però, non può e non vuole, nella finzione, rendere la vita facile nel consueto braccio di ferro con il Destino beffardo. Al cinema Vicky, sconvolta dall’incontro con il pittore, vede L’Ombra del Dubbio.