Drammatico

VERO COME LA FINZIONE

Titolo OriginaleStranger than Fiction
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2006
Genere
  • 67157
Durata113'
Sceneggiatura
Montaggio
Scenografia

TRAMA

Harold Crick, un agente del fisco dalla vita regolare e anonima, un giorno sente una voce di donna commentare la sua vita e i suoi pensieri più intimi. Schizofrenia? O qualcuno sta scrivendo un romanzo che è la sua stessa vita?_x000D_

RECENSIONI

Nuova ricognizione nel congegno della scrittura, Stranger than fiction (decisamente preferibile il titolo originale) è l’ennesimo sapido sguardo volto a rovesciare e a disaminare il meccanismo della finzione letteraria: Harold Crick si scopre personaggio di un romanzo in lavorazione e si ribella all’Ineluttabile, l’autrice avendo già decretato la sua morte.
Lo script divora questa unica intuizione spremendola tutta e si guarda bene dal complicare la questione: Harold cerca di rovesciare la tragedia in commedia per salvarsi la vita ma il suo destino è già segnato; anche quando decide di non agire è la macchina narrativa che si muove per lui irrompendogli in casa; l’incontro tra autore narrante e carattere narrato, che pareva destinato a suggellare la tragedia con una buona dose di cosciente tormento in più, riuscirà a salvarlo (una vita umana vale più di un’opera d’arte? La morte di un uomo può essere riscattata dal modo poetico e artisticamente rilevante in cui avviene? Dal fatto che la vittima vivrà per sempre in una storia-capolavoro?), la consapevolezza del suo essere personaggio sovvertendo infine la logica narrativa e risparmiandogli la pelle. Il filo principale non complica mai l’ordito, che si mantiene elementare e leggibile, e anche le figure secondarie sembrano satelliti pretestuosi destinati a esaurire un siparietto (il capoufficio “zen” interpretato da Tom Hulce, l’analista Linda Hunt).
Il regista (due cose mediocri di successo al suo attivo: Monster’s ball e Neverland) da parte sua non brilla per particolare inventiva: il registro visivo è piuttosto piatto e poco fantasioso (l’autorità del dio-scrittore viene rimarcata dal lucore accecante del suo studio, dal suo porsi in una posizione elevata; l’uso dell’effettistica – le soprascritte – non è certo invasivo ma discontinuo; le musiche sono furbe quanto basta, con alcune puntate su repertori inaspettati – M83, Califone, Spoon -) e colloca il film su un alveo di rassicurante, a tratti divertente, correttezza. Una scrittura fin troppo calcolata sottolinea in eccesso l’unico livello esistente e si guarda bene dal virare su percorsi più impegnativi (certi avvitamenti allontanano il pubblico e deliziano solo gli amanti del metatesto), corteggiando una passabile retorica e concedendosi lo sceneggiatore debuttante Zach Helm l’innocuo divertissment dei cognomi scelti per i suoi personaggi (Eiffel, Pascal, Escher etc. erano tutti matematici) e dei vari indizi e riferimenti colti disseminati per il film (per tutti il questionario del dottor Hilbert, un Dustin Hoffman che vince la partita attoriale in scioltezza).
Si fa, evidentemente, quel che si può.

Forster torna all’intreccio realtà-finzione di Neverland ma stavolta indirizza l’ago della bilancia sull’abyme teorico più che sulla generica poesia. Insomma, le cose si fanno apparentemente serie e il regista sembra tentare la definitiva conferma autoriale, affidandosi alla sceneggiatura del semiesordiente Zack Helm. Il nucleo narrativo, non certo nuovo, pirandelliano assai, è incentrato sulla intersecata stratificazione dei livelli fictionali che nella fattispecie comprende un primo grado diegetico (il film) che si scopre inglobarne un secondo (il romanzo nel/del film) che a sua volta ne innesca un ipotetico terzo, nato dalla sovrapposizione dei primi due: il film/romanzo che “dialoga” e interagisce col (doppio) protagonista attraverso la voce over, per poi dare “corpo” alla voce stessa. Nel giochino metanarrativo, giocatore/referente ultimo è ovviamente lo spettatore, preso per mano e portato a condividere ansie (morirà?) e incertezze (commedia o tragedia?) del/dei protagonista/i fino allo scioglimento finale, accomodante e “moralistico” (l’importanza delle piccole cose che ti salvano la vita). Una sorta di Adaptation riconciliato e semplificato ai limiti del fraintendimento? Probabilmente sì. Il che non si legge necessariamente “cazzata”. Perché quella di Forster può essere letta come una gradevole, e a tratti divertente, commedia romantica contaminata di kaufmaniano metacinema anche nella, di nuovo, “semplificata” furbizia – ossia - come Kaufman conosce i rischi dell’autoreferenzialità e li aggira rendendoci consapevoli della sua consapevolezza, così Helm, consapevole che sta “mercificando” un modello alt(r)o, palesa la cosa chiudendo lo script in (quasi) completo understatement, settando il registro su Commedia e pre-annunciando pure la cosa per voce di Dustin Hoffman: sarà un finale banale, decisamente non all’altezza. La mano pesante di Forster, oltre ad alleggerirsi un po’ rispetto al passato, si rivela stavolta appropriata a un contesto enunciativo autoriflessivo dunque continuamente marcato, così ben vengano le esibizioni linguistiche (si pensi al vertiginoso e ovviamente virtuale movimento di macchina che apre il film) e le didascaliche ma simpatiche sovrimpressioni che danno consistenza iconica alla mente “ragioniera” del protagonista. Attori sostanzialmente in parte, con la sola Thompson un po’ sopra le righe e un Hoffman salvato dal gong quando è sul punto di sbracare.