TRAMA
Canton, Parigi, area mineraria di Fenyang: tre vertici di un triangolo fatto di stoffa. Le sartine di Canton lavorano alacremente in una catena di montaggio; la stilista Ma Ke vola a Parigi per presentare una linea di abiti chiamata “Wuyong” (Useless – inutile); una minuscola sartoria nell’area mineraria di Fenyang cerca di soddisfare le richieste dei suoi umili clienti.
RECENSIONI
Archeologia extraterrestre
Jia Zhang-ke è un archeologo venuto dallo spazio: il suo sguardo alieno produce autentiche stratigrafie in movimento, tagli diacronici che affondano nella materia osservata con un’obliquità letteralmente extraterrestre. Ciò che più colpisce e affascina del suo cinema è proprio la sideralità, intesa come radicale inafferrabilità: una qualità che gli permette di affrontare temi potenzialmente mefitici (la scomparsa delle tradizioni, la difesa della memoria) con stralunata, straniante stupefazione. Secondo capitolo di una trilogia dedicata alle trasformazioni culturali della Cina (il primo documentario, Dong, figurava nella sezione Orizzonti di Venezia 63), Wuyong passa in rassegna le diverse modalità di concepire e realizzare abiti in Cina oggi: dalla catena di montaggio di Canton, illuminata da tubi fluorescenti, alla sartoria familiare dell’area di Fenyang, rischiarata dalla luce naturale, passando per le suggestive illuminazioni d’accento di Parigi, dove la giovane stilista Ma Ke presenta la linea di abiti Useless. Tuttavia, se nei segmenti di apertura (Canton) e chiusura (Fenyang) la contemplazione e la sospensione del senso garantiscono un’adeguata resistenza alla semplificazione misoneista, in quello centrale – anche concettualmente – gli sproloqui di Ma Ke tendono ad assottigliare la distanza tra rappresentazione e rappresentato, normalizzando malamente la sostanza etica ed estetica della visione. L’inutilità del titolo tende a banalizzarsi in “rimedio creativo”, il cinema marziano di Jia si fa attrarre nell’orbita del cinema di denuncia e la radicale inafferrabilità del suo sguardo si lascia imprigionare nelle maglie strette dell’allarmismo. Parzialmente: residui di irriducibilità si sottraggono all’appiattimento stilistico, generando un pungente retrogusto di sarcasmo. E se Jia, sornione, (ci) stesse sublimemente sfottendo? Premio Orizzonti Doc.

Il nuovo lavoro del regista di Still Life è un film su corpi mascherati, sui futili (haute couture) o necessari (il casco dei minatori) rivestimenti con i quali ci proponiamo agli altri o ci proteggiamo dalla morte, sulla scorza che ingabbia il corpo, ma anche, come quasi tutti i film di Zang-Ke, sul tramonto della tradizione, fagocitata dal “moderno” che avanza: la scomparsa di una figura (quella del sarto), a cui il film sembra cantare un peana funebre commovente. Dalla produzione seriale (e scadente) in una fabbrica di Canton – lunghe carrellate a mostrare gli operai a lavoro e, per contrasto/conseguenza, la documentazione agghiacciante degli “effetti” del lavoro alienante sulla psiche e sulla salute degli uomini – alla “visita” del “circolo delle amiche di Louis Vuitton” (che parlano delle nuove collezioni in un ambiente lounge, e di cui il regista decide di mostrare solo una parte – le caviglie, le scarpe – per il tutto/niente); dalla documentazione del défilé/installazione Wu Yong (Useless) della stilista cinese Ma Ke a Parigi (suggestivo e teoricamente interessante: l’artista “seppellisce” gli abiti prima di farli indossare, come a volerli far entrare in contatto con la natura, farli “crescere” come semi) ai sarti “sopravvissuti” del villaggio di minatori di Fenyang. Su questi ultimi, usciti da lavoro, il regista si sofferma mostrando i loro corpi nudi. Panni appesi, panni sepolti, panni “discussi”, panni esibiti, panni “anonimi”, panni artigianalmente forgiati: l’ultima immagine, quella di una tradizionale macchina per cucire a pedale, col suo ipnotico rumore, è un nostalgico e poetico canto (suono, gesto) d’addio. Zang-ke continua, coerentemente, a portare avanti una sempre più definita idea di cinema e una sempre più acuminata riflessione (poetica e politica assieme) sulla Cina (e sul mondo) contemporaneo.


