Drammatico

UN’ESTATE DA GIGANTI

Titolo OriginaleLes Géants
NazioneBelgio
Anno Produzione2011
Durata84'
Montaggio

TRAMA

Zak e Seth si ritrovano soli e senza denaro nella casa di campagna dei genitori: saranno ancora delle bruttissime vacanze. Ma questa volta conoscono un altro adolescente, Danny…

RECENSIONI

Les géants sviluppa uno sguardo terso e cristallino che, attraverso la nitidezza della luce che batte e fa risplendere le superfici, filtra le giornate estive dei tre protagonisti e scandisce le loro azioni, inscritte in una Natura-Madre che, silenziosa e imperturbabile, risulta essere l'unica testimone di un abbandono e di una solitudine tutta umana. I due protagonisti, accompagnati da un amico coetaneo, rincorrono nei lunghi pomeriggi d'estate la mancata figura materna e affrontano la lunga attesa che li separa da un ritorno a casa, da una tranquillità familiare e anche economica; in poche parole da una stabilità affettiva che viene costantemente negata e rinviata. Davanti agli occhi dei protagonisti il contesto mondo si dispiega come un complesso gioco di equilibri sconosciuti ai quali devono necessariamente rispondere, malgrado la loro tenera età che li rende del tutto inesperti, arrivando prematuramente al fatidico scontro con il mondo degli adulti. Gli adulti, i giganti del titolo, compaiono in tutta la loro deformità grottesca: loro è la legge del mondo, loro l'ottusità, la brutalità, l'opportunismo più bieco che non ammette contestazioni o sfumature. L'unica eccezione è rappresentata dalla donna che soccorre i tre ragazzi durante un temporale e che apre loro la porta di casa. In ogni caso gli adulti appaiono come maschere per lo più silenziose, monodimensionali sia nel bene che nel male, incapaci di sopperire a quel vuoto atavico che è dato dall'assenza delle figure genitoriali. Quegli stessi adulti non sono altro che apparizioni che scandiscono il percorso altrimenti circolare dei tre ragazzini e che ne influenzano il taglio. Rappresentano una forma di orientamento distorto e deviante che conduce allo stravolgimento delle condizioni iniziali e che obbliga i protagonisti a perdere tutto ciò che possiedono. Ogni incontro, ogni ingresso in interni (traccia tangibile della manipolazione umana) è segnato da uno stacco che ricalca l'uscita da uno stato (il rifugio del ventre materno della natura) e l'entrata in un altro (l'universo dell'accettazione di leggi umane sconosciute e per lo più ingiuste e dannose).

Sono le dissolvenze a delimitare questi territori di passaggio, a sfumare sul nero la luce del giardino della leggerezza ludica infantile e a farla tornare a risplendere qualche attimo più tardi al chiuso della stanza adiacente, dove si trova il regno degli adulti e dove si consuma lo scarto tra uomo e natura. Man mano che il film procede, con un distaccamento propriamente naturalista, è la sensazione di vuoto e di perdita ad imporsi (il mancato ritorno della madre, la perdita della casa del nonno con tanto di trasloco forzato, la sottrazione della macchina, giungendo in conclusione alla fatidica scelta del fratello più piccolo).
Se la collisione con il mondo degli adulti conduce ad una progressiva perdita di innocenza da parte dei tre protagonisti e ad una successiva accettazione della solitudine come elaborazione dell'abbandono, il ritorno alla natura è l'altra coordinata sulla quale si muove la formazione e la crescita dei tre. Le loro coscienze vengono segnate parallelamente dalla violenza psicologica e fisica dell'uomo e dal cullare nostalgico, lieve ma impassibile della Natura-Madre.

Lanners scolpisce nei paesaggi verdeggianti delle Ardenne belghe il racconto spezzato di un'estate di tre ragazzi in bilico tra il tempo dell'infanzia e quello della maturità, una tranche de vie in immagini capace di farsi segno tangibile di presenza, consapevole di scavare a fondo portando tutti gli elementi alla fusione. Lanners opta per uno sguardo duplice: da un lato si mantiene con discrezione e circospezione  “al di qua” dell'opera, lasciando fluire le vicende dei personaggi senza intervenire, mentre dall'altro scandisce il proprio tratto, imprime nelle immagini altre immagini, graffiando e disegnando direttamente  attraverso i paesaggi una sorta di nuova cartografia di un mondo ri-visto e per questo ri-vissuto partendo da zero. Una forma di land art (si pensi ai bambini che entrano con l'auto nel campo di granturco) in cui la traccia, l'incisione nella materia è l'immagine e il mondo che accoglie il segno diviene la pellicola stessa.