Azione, Storico

TROY

Titolo OriginaleTroy
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2004
Durata162'
Sceneggiatura
Tratto dadall'Iliade di Omero
Fotografia
Montaggio
Scenografia

TRAMA

Uno dei figli del re di Troia ruba la moglie al re di Sparta: è guerra.

RECENSIONI

Fare di Omero carne di porco, stuprando il profilo dei personaggi e trasformandone le azioni fino a rendere il plot irriconoscibile: passi. Non è la prima volta che succede e probabilmente non sarà l’ultima. TROY ha ben altri problemi: è un fumettone rozzo e manicheo che tenta invano di occultare i propri difetti dietro lo scudo di una roboante magniloquenza. Secondo Hitchcock (cfr. il colloquio-omaggio firmato da Truffaut), il pubblico si fa impressionare più da CLEOPATRA che da VACANZE ROMANE, sebbene i due film raccontino la stessa storia, quella di “una piccola principessa”: un ragionamento simile deve essere penetrato nel cervello dei produttori di questo sputo di pellicola. Il nucleo del film è infatti un’ordinaria vicenda borghese a base di amori (variamente) felici e imprecisati interessi politici: gli Dei si limitano a tacere – molto bergmaniano da parte loro – o assumono sembianze “ragionevolmente” umane (vedi la grama Julie Christie a mollo nei panni di Teti), la trascendenza è circoscritta alla bramosia di gloria postuma, che spinge Achille a scegliere un destino di morte e rigenerazione (nella poesia? il tutto è piuttosto confuso, limitato a un’approssimativa epigrafe in voce over), e al senso dell’onor patrio-familiare, incarnato da Ettore.
L’ambientazione nebulosamente storica è l’ideale (sembrerebbe) per aggiungere quel tocco epico/fiabesco che strega le platee, ma, complice una messinscena che ha poco da invidiare a una puntata incompiuta di Xena, il bersaglio è tremendamente mancato: Petersen schiera a battaglia panoramiche a base di digitale (o forse è solo la ripetitiva bruttezza che le pervade a farle sembrare frutto del computer) e ulteriori acrobazie (le infinite vedute aeree, che, è notorio, sono invariabilmente un trip) ma si dimentica di predisporre una strategia, mandandole allo sbaraglio fra miriadi di piaghe purulente e due o tre idee rachitiche (le soggettive di Paride nel duello con Menelao, le frecce di fuoco nella notte). Alle prese con uno script insieme prolisso e frettoloso (l’“ellittica” genesi del cavallo), colmo di grevi didascalie, melensa retorica e un umorismo (fino a che punto volontario?) di basso rango (il mio dialogo preferito, fra un’Elena dubbiosa e un Paride impaziente: - “Quel che è successo la notte scorsa è stato un errore.” - “E la prossima notte?” - (lei sospira) “Ho commesso molti errori questa settimana…”), il rinomato parco attori si adagia nel ridicolo: Pitt è un Achille alla Vanity Fair, Bloom si trucca da Elijah Wood (ma nessuno ci casca), Bana adotta un broncio permanente, Cox e Bean ringhiano nelle rispettive macchiette, Diane Kruger, più che la donna più bella del mondo, sembra una Barbie, Rose Byrne (Briseide) la supera facilmente ma è solo una comparsa, O’Toole abbozza un Priamo da fiction. Il finale (dall’apparizione lampo di Enea [1] in poi) farà storia. Ma non del cinema.

I classici requisiti fondamentali intimano di sgombrare il campo da ogni logico pensiero e, avvallata la licenza impoetica di TROY, prestarsi dunque al gioco filmico. Non si assiste certo alla riduzione dell’Iliade (ché la libertà interpretativa regna sovrana) ma all’insegna del fantasy bellico si approcciano 160 minuti più leggeri e spassosi della loro reale durata; il film si ammanta di una ricostruzione ad ampio respiro in grado di rapire l’occhio ed a tratti anche la mente, negli esterni delle piane sterminate e dentro i plumbei svincoli cittadini annegati nella nebbiosa foschia della battaglia (la lunga conclusione in quel di Troia). Aggirando il tallone d’Achille della sceneggiatura, che plasma momenti intimistici di animalesca ovvietà (ed un sorriso di striscio, non lo neghiamo, nel contemplare tanta umanità intestinale) si può azzardare addirittura una seconda lettura: in questa la troiana Elena, che spiccica due parole e quelle due sono blandi luoghi comuni, diventa la voluta creatura archetipica (tanta carne e zero cervello) nata per dissacrare tutte le troiane di epoche successive (...guardatevi intorno). Imbrigliando l’azzardo interpretativo –su cui cala una legittima sospensione- l’operaio Petersen infonde alla mdp un occhio particolare nella visione d’insieme, capace da una parte di estrarre un senso compiuto dalla folla recalcitrante (la buona gestione di tempi e spazi nelle scene di massa), dall’altra di affannarsi tecnicamente sul corpo a corpo, più volte costruito sul focus soggettivo congelato all’interno dell’ondata umana. Questi i migliori accessori del giocattolo: gli incontri ravvicinati degli eroi [in particolare: 1) Ettore-Patroclo, giocato sullo scambio di persona; 2) Ettore-Achille, consumato in metallico silenzio sull’azzeramento dei rumori circostanti], certo non più epici ma banalmente filmici e facilmente interagenti tra di loro. Nella coda di TROY si materializza il climax dell’interdipendenza: eventi stravolti o bellamente inventati si intrecciano tra loro, personaggi sconnessi si amano/uccidono/muoiono in rapida successione. Peccato che i caratteri vengano sfigurati per esigenze di larga distribuzione, smarrendo talvolta l’imperativo di una coerenza interna (l’incomprensibile conversione di Achille... all’amore!). Tutto si stempera nel solito monologo postmortem, quando ormai la materia storica ha completamente deragliato sul binario di quella narrativa... un disastro? Una tragedia? Il kolossal più riuscito e dignitoso della recente produzione americana.

La passione della verità impone di specificare un paio di cose. Come detto all’inizio, più che mai lo splendore e declino di TROY è affidato alla singola percezione spettatoriale, specialmente in relazione alle qualità di sopportazione ed immedesimazione di chi guarda; il sottoscritto ha steso le sue impressioni in carattere antipurism, spegnendo la razionalità e spalancando l’occhio cinematografico. Un ciclope? Forse, ma che sghignazzando assume tonnellate di popcorn e per una volta si abbandona ad un polifemico divertimento...

L'avanzata del genere "peplum", tornato a vita nuova con "Il Gladiatore", procede inarrestabile. Se, pero', il film di Ridley Scott metteva in scena un drammone totalmente inventato con solo qualche attinenza a cio' che la storia ci ha tramandato, l'operazione compiuta dal tedesco Wolfgang Petersen e' molto piu' rischiosa, perche' si appropria di un testo letterario, l'"Iliade" di Omero, che la Storia la racconta. Questa origine, da un lato mette in risalto la grossolanita' di certe scelte di revisione operate dal giovane David Benioff, gia' sceneggiatore di "La 25ma ora", dall'altro ha il pregio di collegarsi ad un immaginario solo appena un po' insabbiato nell'archivio dei ricordi ma facilmente riconoscibile. In fondo, soprattutto in Europa, molti si sono ritrovati tra le mani il poema omerico nel corso della propria formazione scolastica, e riscoprirne i personaggi sullo schermo ha il sapore di una rimpatriata (ed e' ovviamente a questo che devono avere pensato i produttori). E' quindi senza troppe pretese di coerenza storica, e con la voglia soprattutto di staccare la spina dal quotidiano, che e' consigliabile avvicinarsi al kolossal di Petersen per gustarne appieno le sottese motivazioni di intrattenimento. E come giocattolone, il che non e' per forza un'offesa, il film funziona a meraviglia: grandi battaglie, conflitti insanabili, amori tormentati, celebrati, naturalmente, da un cast altisonante. La sceneggiatura, oltre a semplificare, aggiungere e togliere a suo piacimento, riesce a creare almeno due personaggi in cui credere: Achille, l'eroe greco per eccellenza, ed Ettore, il figlio di Priamo re di Troia. Il primo trova in Brad Pitt una calzante aderenza fisica, ma il personaggio si suppone ben piu' espressivo del divo americano, a suo agio nei combattimenti ma bamboleggiante e incolore sprovvisto di spada. Ettore trova invece in Eric Bana, gia' Hulk per Ang Lee, un degno interprete, comunicativo e versatile. Tra gli altri, nota di demerito per Orlando Bloom, che senza le orecchie a punta del tolkeniano Legolas sembra spaesato e non emana alcun carisma, e promozione per la bionda Diane Kruger, che deve essere soprattutto bella ma prova anche, con moderazione, a fare altro. Tra i punti di forza del film, il respiro epico dei corpo a corpo in cui si confrontano piu' volte i protagonisti; gli scontri si seguono con trepidazione, liberi finalmente dagli invadenti effetti digitali che cedono il passo all'abilita' registica di Petersen, forse non un "Autore" ma sicuramente un ottimo professionista (e anche questo non e' per forza un male). Le panoramiche delle battaglie e le imponenti scene di massa, invece, tradiscono in piu' di un'occasione la loro origine di sintesi e finiscono per risultare piu' spettacolari che realmente avvincenti. Tra i punti deboli, la conversione di Achille all'amore (contentino davvero eccessivo al pubblico), la sua morte, con una goffa e tutt'altro che mitica caduta di Pitt a terra (roba da recita delle scuole Medie) e la colonna sonora di James Horner (subentrato all'ultimo momento a Gabriel Yared) che pare ispirata soprattutto a sonorita' e vocalizzi creati da Hans Zimmer per "Il gladiatore". Ma l'insieme scorre in fluidita', lancia frecce semplici e chiare ma non per forza banali e si lascia vedere tutto d'un fiato sgranocchiando pop-corn (e non si capisce bene per quale motivo sarebbe necessario vergognarsene).