TRAMA
Un rinomato architetto con famiglia pianifica di andare a vivere con la giovane amante giornalista: ma è arduo separarsi da una moglie e una figlia cui è ancora molto legato.
RECENSIONI
L'originale di Claude Sautet (L'Amante, 1970) era più feroce, complesso, soprattutto criticava maggiormente l’indecisa figura maschile (forse Mark Rydell non voleva ripetersi: era una strada che aveva già intrapreso nella sua opera d’esordio, La Volpe). Con i moduli americani, il triangolo diventa al contempo troppo leggibile nelle dinamiche e nebuloso nella morale (più ambivalente che contraddittoria: prima adotta il punto di vista del personaggio di Martin Landau con “Ogni cosa deve stare sotto lo stesso tetto”, spezzando una lancia per il valore della famiglia; poi esulta con quello di Richard Gere quando sceglie di vivere il presente, adottando un altro motto di Landau, “Tempus fugit”). È anche vero, però, che si guadagna in commozione: Sautet amava i cuori in Inverno per disquisire in senso lato sui sentimenti umani, Rydell ha la felice intuizione di replicare quasi per intero il geniale brano finale dell'autore francese (l'incidente, il destino...) cavalcando maggiormente le emozioni contingenti (e coinvolgenti), potenti soprattutto nel ritratto finale di due donne unite nel dolore e nel silenzio. Peccato funzionino poco ruoli e attori: Richard Gere troppo manierato, artificiosamente seducente; Sharon Stone che sarebbe stata perfetta per il ruolo dell’amante ma s’è impuntata con il regista per quello della moglie (per togliersi di dosso l’etichetta di donna da Basic Instinct), il bivio del titolo originale che si specchia in due figure femminili sin troppo antitetiche. I paesaggi sono quelli del Canada, la sceneggiatura è di Marshall Brickman (suo il precedente, più riuscito Giorni di Gloria…Giorni di Amore di Rydell) e David Rayfiel (con cui Rydell, negli anni settanta, aveva fondato una casa di produzione).


