Drammatico

TRAFFIC

TRAMA

Tre storie intorno al narcotraffico alla frontiera meridionale degli Stati Uniti. Due poliziotti messicani portano alla luce i legami esistenti tra l’esercito e i cartelli della droga. Lo “zar dell’antidroga” statunitense scopre la tossicodipendenza della figlia sedicenne. La giovane e (fino a quel momento) ignara moglie di un boss della droga finito sotto processo si incarica di far progredire gli “affari di famiglia”.

RECENSIONI

La peste, oggi

Una manciata di polvere candida può influenzare l'esistenza di centinaia di persone: non solo coloro che ne sono coinvolti direttamente, come i boss dei cartelli della droga, i loro uomini, i corrieri, i poliziotti e gli alti commissari governativi, ma potenzialmente ogni famiglia, ogni bambino, ogni feto.
Soderbergh, nel suo nuovo film, ci mostra esclusivamente modici quantitativi di droga (qualche striscia di coca, un po' di filtri, pochi bicchieri di alcool, alcuni pacchetti pronti per essere spediti), ma si sofferma sugli effetti degli stupefacenti, primo fra tutti quello di portare alla luce i mali oscuri dell'occidente contemporaneo. La droga non è (solo) male, ma espressione di malessere, di sfiducia nelle istituzioni tradizionali (famiglia e Stato), di corruzione burocratica, di tradimento, di menzogna domestica, di violenza a stento trattenuta e pronta ad esplodere, di desiderio di serenità posticcia (il whisky che Wakefield consuma prima di cena, per essere in grado di affrontare la noia del focolare), di deriva consumistica (gli adolescenti dell'alta borghesia che passano le serate a sniffare, il bambolotto "tutto speciale"). E non c'è scampo per nessuno: la seduzione del male attanaglia tutti, infetta la vita che ancora deve sbocciare (il bambino di Helena), conduce alla disgregazione quella appena inaugurata (l'adolescente in overdose), porta gli adulti ad arroccarsi ulteriormente nelle proprie meschinità (il funzionario preoccupato solo della sua immagine pubblica, il narcotrafficante vendicativo, il generale dalle amicizie tutt'altro che irreprensibili).
"Traffic" è un film che coniuga il meglio e il peggio del cinema statunitense: oceanico nella durata e nel cast, coraggioso, girato con notevole intelligenza, ma non del tutto riuscito, ripetitivo, mortificato da un eccesso di schematismo. In questo puzzle alla Altman, composto da tre storie i cui protagonisti non si parlano mai ma si incrociano spesso, poche, magnifiche invenzioni visive (ad esempio il viraggio in blu o in giallo delle scene, a seconda dell'ambiente e dello stato d'animo dei personaggi) sono ripetute fino allo stremo, finendo per perdere gran parte del loro potenziale espressivo, mentre la sceneggiatura di Stephen Gaghan, tesa nell'intreccio e brillante nei dialoghi, appare ingoffita da pesanti incongruenze e approssimazioni psicologiche e troppo propensa a servirsi dei luoghi comuni del poliziesco (la coppia multietnica di poliziotti, il pentito arrogante, il militare ambiguo). Il ritmo dell'azione è sostenuto (tanto che non si avvertono minimamente le quasi due ore e mezza di proiezione), ma nell'ultima parte il film diviene prevedibile, inverosimile e decisamente noioso, e la disperazione autentica, per nulla patinata, che costituisce il tratto originale dell'opera cede il passo ad un ottimismo insincero, distillato in tre finali lieti (o quasi).
"Traffic" è soprattutto una grande prova di regia: Soderbergh si ricorda della funzione principale del cinema, che, come dice David Mamet nel suo nuovo "State and Main", è "prendere un'idea e tradurla in immagini". Le scene più belle del film sono quelle quasi prive di dialogo (Javier che abborda il killer, Helena imprigionata nella propria casa, la giovane Wakefield che vaga alla ricerca di droga), in cui l'immagine abolisce l'uso della parola senza che ciò incida negativamente sulla comprensione dell'intreccio e sulla potenza drammatica del film. Si veda la scena in cui la macchina da presa inquadra in campo lungo, alla frontiera tra Usa e Messico, le poche auto (tra cui quella di Javier) che lasciano gli States e, con una carrellata a sinistra, svela il fiume di veicoli che vanno nella direzione opposta: uno zoom distingue, fra essi, il veicolo di Helena. Con una sola inquadratura, il regista è riuscito a mettere a confronto i destini paralleli ed opposti non solo di due personaggi, ma anche di due nazioni che pure dovrebbero essere unite nella lotta alla droga. Molti autori anche europei dovrebbero prendere appunti, e meditare…
Interpreti di gran nome e, strano a dirsi, di buon livello: Michael Douglas e Amy Irving, nei panni dei genitori tormentati, se la cavano con onore, Catherine Zeta - Jones, bellissima nella sua maternità imminente (e non simulata), è capace di una prova sobria ed intensa, Benicio Del Toro sembra nato per questa parte di eroe provinciale, sornione e impavido, la cui aria svanita non può non ricordare, almeno in parte, il dr. Gonzo di "Paura e delirio a Las Vegas" di Gilliam. Ma le prestazioni migliori sono quelle dei giovanissimi Erika Christensen e Topher Grace, al tempo stesso angelici e contaminati, emblema della devastazione che minaccia la bellezza, non solo quella americana.

Usare ed essere usato da Hollywood

Non esistono né il bianco o il nero né una posizione in cui è contemplata tutta la gamma dei colori. Soderbergh, prendendo spunto dalla miniserie tv Traffik del 1989 (dove il "traffico" era fra Pakistan e Gran Bretagna), si fa carico di quest'assunto, in modo letterale e come allegoria della propria scelta estetica ed ideologica: carica in spalla la macchina da presa (firma la fotografia dietro pseudonimo) e restituisce "le" realtà attraverso differenti cromatismi. Il Messico corrotto e sudato in un giallo ocra che tende (imperfetto in modo sublime) al monocromatismo, la Washington della legalità in blu, la San Diego che attende ancora uno sviluppo (il processo, le indagini) in un arancio con colori più squillanti. Allo stesso modo i quattro percorsi narrativi, che s'intersecano in una struttura corale alla Robert Altman, sondano ognuno un diverso aspetto della problematica "droga", auspicando una visione onnicomprensiva (dal produttore al consumatore) e parimenti immersa nel particolaristico, forte d'esperienze in prima persona (vedi il percorso di presa di coscienza di Douglas) che non stigmatizzino il fenomeno come un agente estraneo da debellare, ma come un nemico "interno" da comprendere alla radice. Con tale sguardo critico, nessuno ne esce pulito: forse solo il personaggio di Del Toro, un poliziotto messicano che si sporca le mani per raggiungere un risultato positivo e non retorico (il baseball per Tijuana!), indica una via d'uscita. Mutatis mutandis, è la stessa imboccata dalla carriera dell'ex-indipendente Soderbergh, che usa ed è usato da Hollywood (cast di stelle, soldi per la promozione, tracce di genere) per continuare a dire la sua nel contenuto e nella forma, allontanandosi sia dalla posizione troppo rigida del giudice Douglas che da quella cinica e disillusa dei poliziotti corrotti. I cliché del film poliziesco o d'impegno civile, alla Z, l'Orgia del Potere o alla Insider, sono mezzo e non fine per sperimentare un linguaggio da reportage e cinema-verità all'interno della fiction e per veicolare messaggi politico/etici affatto banali. Conquistata l'attenzione del pubblico grazie ad una direzione magistrale delle recitazioni, c'è spazio anche per qualche preziosismo tecnico/espressivo, come la scena rovesciata dell'elicottero (gli "Stati Uniti" entrano in un mondo "altro", il Messico, e prendono contatto con la persona sbagliata…).

"Traffic" è un film schizofrenico, mutante, profondamente diseguale; deraglia continuamente dai binari che sembra voler percorrere e arranca dal primo all'ultimo minuto alla ricerca di un'identità che trova e perde senza soluzione di continuità. E il bello(?) è che questo andamento altalenante interessa in egual misura i tre cardini del (di ogni) film: Regia - Scrittura - Recitazione (il che rende forse "Traffic" coerente nella sua incoerenza...).

Regia: Soderbergh vuol fare Soderbergh (indipendente, rispettato perché "out") e finisce paradossalmente per desoderberghizzare (ergo spersonalizzare) il suo film. La macchina a mano, infatti, sembra sulla spalla del Mann di "Insider" che sta girando un film per conto dei "dogmatici" di Von Trier, mentre la caratterizzazione cromatico-stilistica dei luoghi (Messico-USA) diventa rapidamente uno scherzo artistoide tirato per le lunghe, una banale ricerca di autorialità e infine la cristallizzazione di un fallimento registico.

Scrittura: anche Gaghan sembra non sapere bene che pesci prendere e così alterna con disarmante facilità momenti piatti e didascalici (uno su tutti: il finale) ad altri nei quali la progressione drammatica si fa lenta, macchinosa e non molto chiara, appesantita dalla volontà di scrivere "bene", intrecciando l'intreccio e suggerendo ciò che potrebbe essere (banalmente?) detto.

Recitazione: "figli" della scrittura, gli attori si distribuiscono su più livelli di bravura/profondità spesso incompatibili (se non stridenti) l'uno con l'altro; si passa dall'ottimo Benicio Del Toro (viscerale, ineccepibile, perfetto), al buon Tomas Milian (che ogni tanto, però, si crede il Brando-Kurtz di "Apocalypse now"), alla Zeta-Jones (appena sufficiente), per scadere, infine, nella banalità di un qualunque Dannis Quaid o, peggio, nel più manicheo schematismo hollywoodiano di un Michael Douglas sempre uguale a se stesso, ormai archetipo cinematografico fossile dell'uomo di successo, qui redento alla bisogna.

Certo si lascia guardare, il film di Soderbergh, ed è forse grazie alla coerente incoerenza di cui sopra che i quasi centocinquanta minuti di pellicola tutto sommato scorrono, ma è innegabile che l'implacabile struttura "illudo-deludo-illudo-deludo" alla lunga stanchi e ispiri sfiducia lasciando, alla fine, l'amaro in bocca e la sgradevole sensazione che al di qua e al di là dello schermo il tutto si sia risolto in una inutile perdita di tempo.