TRAMA
Millie e Tim si trasferiscono in una casa vicina al bosco: lei lo ama da tempo ma è distante. Durante una passeggiata cadono in una grotta con una grossa campana e lui, dopo aver bevuto l’acqua da una fonte, diventa strano e non riesce più ad allontanarsi da lei.
RECENSIONI
In certe tradizioni folkloristiche è noto come “re dei ratti” un orrendo essere formato da una serie di topi, in buona parte defunti o quasi, “fusi assieme” per via di un inestricabile groviglio delle loro code. Morti, appunto, per via di una unione impossibile, cui la dipartita risolve a mo' di taglio del proverbiale nodo gordiano. Imbattersi in un re dei ratti è presagio di sventura, ed è proprio un re dei ratti quello che Tim (un eccezionale Dave Franco) trova nell'incavo del lampadario della nuova casetta in cui si è trasferito con la compagna Millie (una eccezionale Allison Brie). Non certo di buon auspicio, ma sicuramente sensato in misura di prolessi che immediatamente ci consente di leggere per intero l'allegoria principale del film, il quale – con una singolare mise en abyme – rischia anch’esso a tratti di esibirsi in una sorta di avviluppamento di tropi sulla crisi di coppia e le sue forme più malsane, come si dice oggi, di co-dipendenza. Tim e Millie dall'inizio alla fine, invero, perseverano nello scambiarsi frasette e frecciatine, le quali inanellano un inventario della reciproca insofferenza, fra recriminazioni e insoddisfazioni, e l'agente mutageno che li infetta/infesta metaforizza questa loro patologia paraconiugale, il cui decorso risulta in un’attrazione pericolosa e carnale che minaccia di amalgamarli – letteralmente – in una chimera proteiforme. Questo sarebbe appunto il messaggio, la morale, l’anagogia di Together. E se questo solo è, si lasci dire, allora sarebbe un po' troppo modaiolo e destinato a schiumare in fretta in una gigantesca didascalia. Il bello del film, ci pare, è quindi fuori dalla metafora della coppia che scoppia, cioè al di là del pretesto della relazione disfunzionale. Together dà il suo meglio nei contorni e nelle sfocature, dagli ammiccamenti verso le ombrosità più stimolanti del folk e body horror (che conosce in questi anni, com’è noto, una sua nuova ribalta) alle costruzioni registico-formali che si contraddistinguono per inusitata originalità, quand’anche declinino figure classiche del genere (il demone della paralisi del sonno, la camminata para-esorcistica a testa in giù, il vicino di casa ambiguo, la casa stessa isolata nel boschetto e così via). Qui, di fronte agli archetipi, l'esordiente Michael Shanks dà il suo meglio, partorendo una covata di soluzioni autenticamente convincenti, capaci di squadernare i dispositivi classici e stupire in maniera positiva. Lato sceneggiatura, invece, il meccanismo di base si coglie sin da subito, smettendo quindi sin da subito d’essere interessante. E, anzi, a voler fare i puntigliosi, ci sono degli evidenti problemi, rappresentati dalla backstory di lui, spiattellata come rilevante (come estremamente rilevante) nelle prime fasi del film e poi totalmente dimenticata fra le piaghe (sic) dei corpi che si fondono. Ne scaturisce infine, appunto, una ibridazione mostruosa, in un crescendo viscerale altalenante fino all’exploit finale, in cui la sceneggiatura sembra riprendersi dal deragliamento (proponendo una pariteticità di facciata che sostanzia definitivamente l’abuso interno alla coppia) e la forma filmica, ancorché con una certa ruffianeria, si esprime nell’acme di un’interpolazione definitiva. Il sentimento che ne resta è che comunque ne sia valsa la pena, come per un amore passato, senz’altro problematico ma comunque significativo.


