Drammatico

THE WALKING DEAD

Titolo OriginaleThe Walking Dead
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2010
Genere
  • 66851
Durata6 per 45'
Sceneggiatura
Tratto daDall'omonimo fumetto scritto da Robert Kirkman e illustrato da Tony Moore e Charlie Adlar

TRAMA

Il mondo è in mano ai morti che camminano. I sopravvissuti cercano di sopravvivere.

RECENSIONI

Gli Spietati, con l’intempestività che li contraddistingue,  iniziano dunque a occuparsi di televisione. Si parte con The Walking Dead, serie che dovrebbe interessare tutti gli zombi-freaks che si rispettino (tra i quali potete tranquillamente annoverarmi). La “forma” sarà quella del diario (una specie), aggiornato ovviamente di settimana in settimana, dopo la visione di ciascuno dei sei episodi previsti per la prima stagione. 

Episodio 1 - I giorni andati

Niente male. Al momento si potrebbe dire che Darabont conferma la sua seconda (diciamo pure prima) giovinezza registica, dopo l’inatteso exploit di The Mist. Il prologo è subito un buon esempio di suspense stratificata, nel quale l’ombra del dubbio (siamo in medias res o lo Z-Day non è ancora arrivato?) consente di giocare sull’ambiguità della situazione e la (seppur telefonata) rivelazione della bimba zombi è un piccolo pugnetto nello stomaco, con tanto di revolverata alla testa della morticina. Non gli è da meno l’incipit vero e proprio, dove si puntualizza che la produzione, benché televisiva, non farà grossi sconti sull’effettistica splatter (il cadavere divorato nei corridoi dell’ospedale), con Darabont che si concede qualche sequenza/inquadratura/spot da ricordare (il dettaglio appena mobile sulla porta sbarrata, con le mani tipo Zio Tibia che tentano di aprirla e la scritta cubitale DON’T OPEN DEAD INSIDE) e che comunque, dopo il praticantato del quarto d’ora finale di The Mist, dimostra di saper gestire con gusto e senso della misura la post apocalisse, puntando sul "quotidiano" del campo medio e del dettaglio significante in luogo della tronfiaggine del campo lunghissimo, a cui ricorre(re) con parsimonia. 


L’incontro con padre e figlio sopravvissuti è la prima parentesi propriamente televisiva. Ritmo e atmosfere si normalizzano, si affaccia il sentimentalismo (mamma-zomba e il bambino che la piange) e di lì a poco vengono introdotti i germi destinati a sostenere la progressione drammatica della serie (c’è anche una classica storia di corna pregresse, e non è difficile immaginare le conseguenze che le ramificazioni cefaliche avranno sul re-incontro Grimes-mogliefiglio-excollega). Tutto prevedibile e dovuto, sia chiaro, ma il prodotto si rivela per quello che è e si affaccia un pizzico di noia con qualche dubbio sui 5 episodi a venire. It’s only TV, baby. Il tempo di assopirsi piacevolmente, quindi, tra sprazzi di western postmodernamente catastrofico (lo sceriffo a cavallo nella landa desolata) che il Pilota arriva alla fine con una attesa e salutare accelerazione, nella Atlanta in mano agli walkers: assedio al povero Grimes, cavallo smembrato, fuga nel carrarmato, voce alla radio che tira la volata verso l’episode II, plongée vertiginosa. 


Niente male, si diceva. Giusto un paio di perplessità, apparentemente ininfluenti ma che, personalmente, ho trovato inopinatamente fastidiose: i boxer intonsi del protagonista al risveglio dal coma, evenienza igienicamente poco realistica; il grande enigma dei film-sugli-zombi in cui non si sa niente dei film-sugli-zombi (nessuno fa cenno alla riconosciuta classicità cinematografica dei “morti che camminano”); il fatalismo con il quale Grimes accetta la realtà del fatto che il mondo è dominato dagli zombi (non fa nessun tipo di domanda sul quando, come e perché). Perplessità alle quali se ne aggiungono due più sostanziali: 1) il passaggio di testimone registico. Nessuno dei prossimi cinque episodi sarà diretto da Darabont e la cosa potrebbe pesare. 2) Come accennato, i germi di una banalizzazione “televisiva” della serie si sono già intravisti. Questo primo episodio era molto (ben) giocato sui tempi dilatati, le atmosfere e una blanda e non invasiva introduzione dell’intreccio. In un certo senso, data la perizia di Frank Darabont, si andava sul sicuro. Temiamo che quando la storia vera e propria prenderà piede, le cose potrebbe non mettersi benissimo. 


Un’ultima nota sulle due versioni di questo primo episodio. Quello passato su FoxHD, canale della piattaforma Sky, dura 45’, mentre l’episodio rintracciabile in rete, in versione originale coi sottotitoli, di minuti ne dura 66’ ed è quello trasmesso dalla AMC negli Stati Uniti. I tagli sono frutto di un non meglio specificato accordo tra AMC e Fox per “uniformare” le durate (tutti i prossimi episodi dureranno 45’). Fatto sta che, benché 21’ non siano pochi, i tagli non risultano così incisivi come ci si poteva aspettare. I tempi nella prima parte sono ancora più dilatati, c’è qualche dialogo aggiunto,  la scena dell’uccisione del cavallo è decisamente più dettagliata e gore ma, ribadiamo, non c’è niente di copernicano. Pare che Fox, comunque, stasera (7/11) trasmetterà la versione lunga, visibile anche, in streaming, sul sito ufficiale Fox.    

EPISODIO 2 - UNA VIA D'USCITA

L’episodio parte bene: una sequenza di suspense boschiva da manualetto dell’horror/thriller, tutta orchestrata con carrelli laterali tra gli alberi, soggettive della protagonista (Lori) e inquadrature asfittiche per dilatare il fuoricampo minaccioso. E’ il classico falso positivo perché gli zombi non arrivano, arriva invece Shane, “l’amico” di Rick Grimes, che gli prende la moglie more ferarum. Titoli di testa. Segue altra idea niente male: la plongée a salire che chiudeva il primo episodio è ripresa pari pari, a scendere, sul carro armato. Dall’interno carro armato, scatta la gradevole routine. Se I giorni andati era atmosfera, Una via d’uscita è azione citazionista pura. La situazione è romeriana in modo imbarazzante, ché Rick Grimes si ritrova in un centro commerciale assediato dagli zombi con pochi sopravvissuti assortiti male e litigiosi. Sic. La scrittura (di Darabont, dirige Michelle MacLaren) è così così, i dialoghi stentano un po’ e il personaggio della guest star Michael Rooker è sfaccettato come una lastra di travertino. Però, vuoi il grondare di archetipi, vuoi il buon ritmo, vuoi il ragguardevole numero di zombi, l’episodio si lascia guardare. E l’escamotage per trovare una via d’uscita è simpatico e inedito nell’universo zombico “serio”. Come in Shaun of the dead, anche qui ci si finge walkers tra gli walkers, caracollanti e mugolanti, con la trovata (invero rivelatrice, da un punto di vista diciamo “cosmogonico” dell’universo mortovivente) dell’odore cadaverico come giustificazione dell’antropofagia non cannibalica degli zombi (mangiano gli uomini ma non si mangiano tra di loro. Questione di olfatto, pare). Viene anche ribadito che gli zombi mangiano gli animali, evenienza per nulla scontata, anche limitandosi al Maestro Demiurgo Romero (ne La notte… si vedono zombi mangiare insetti, poi silenzio sull’argomento fino a Survival of the dead, nel quale la questione assume importanza addirittura decisiva). In piena omologia col primo episodio, anche qui il finale è all’insegna dell’accelerazione: la rocambolesca fuga da Atlanta rispetta tutti i cliché del genere, con alcune citazioni letterali da Zombi (la corsa al furgone/camion) tra le quali si insinuano inquadrature strategiche che, di nuovo, proiettano lo spettatore verso il prossimo lunedì (la cassetta degli attrezzi rovesciata nei pressi di Rooker incatenato… vuoi vedere che trova un seghetto o una lima e si libera?). E così anche l’Episode II è archiviato, coi nostri in fuga e la prossima, possibilissima riunione della famiglia (allargata) Grimes…

Come previsto, meno atmosfera, meno fascino, più azione e più (ma non ancora molta) sostanza narrativa. Sceneggiatura così così ma, insomma, questi walking dead deambulano ancora con dignità.     

EPISODIO 3 - BENTORNATO PAPA'

Ormai è chiaro che il prologo a effetto pre-titoli di testa ci accompagnerà per tutta la serie. Qui ritroviamo Merle dove lo avevamo lasciato: ammanettato sul tetto del centro commerciale, con gli zombi che provano ad aprire la porta. Ce lo ricordavamo bifolco razzista indifendibile ma, oggettivamente, si ritrova in una situazione “antipatica” e il soliloquio delirante con cui apre l’episodio gli fornisce l’alibi dell’incapacità di intendere e di volere. Vi è dell’empatia, insomma. Tornerà utile, perché la missione di salvataggio del (quasi) nostro sarà uno dei due perni dell’episodio. L’altro, manco a dirlo, è la riunione di famiglia Grimes, col suo potenziale esplosivo oggetto, almeno per il momento, di una detonazione solo parziale (Rick Grimes è un po’ tonto e non si accorge di nulla, benché la moglie lo accolga con oggettiva freddezza – ma gliela dà, obnubilandolo - e la reazione del suo migliore amico non sia molto distante da quella che ci si aspetterebbe da una pianta d’appartamento. Scintille solo fra gli – ex? - amanti). 


La sceneggiatura è marginalmente migliore di quella esibita nel secondo episodio: anche se non mancano personaggi a-dimensionali (il fratello di Merle, probabilmente condannato dalla genetica), i dialoghi sono meno vieti e c’è un minimo di attenzione al dettaglio (la spiegazione della relatività del “danno sonoro catalizzante” causato dall’allarme dell’auto è abbastanza convincente). Si tratta comunque di un episodio (necessariamente?) interlocutorio, “didascalico”, che approfondisce storia e personaggi, ma soprattutto allarga a ventaglio i possibili sviluppi degli episodi a venire: uno zombi si spinge tra i sopravvissuti (futuro assedio all’accampamento?), le tensioni all’interno del gruppo aumentano (il demente violento che picchia la moglie) e il gruppo stesso comincia a disgregarsi (i “camperisti” pensano a una fuga in solitaria) per non parlare delle citate dinamiche del ménage a “4” (moglie-marito-amante + figlio) e dell’appena iniziata operazione di recupero Merl, che liberatosi dalla trappola in maniera Saw-iana, è presumibilmente vivo, sanguinante e vegeto, il che prefigura un epico scontro tra “la squadra” e un’orda di zombi inferociti.

La regia, stavolta affidata alla televisiva Gwyneth Horder-Payton, è, come si diceva una volta, “invisibile”. Data la natura dell’episodio, ci può stare. Così come può starci anche la quasi totale assenza di zombi, che diventano uno sfondo, un dato fenomenico pronto a irrompere, mugolio lontano sempre presente. Tra l’altro, difficile non accorgersi di come la figura del morto vivente abbia una sua forza ormai autonoma, quasi prevaricante, che si fa sentire, incombente, nel fuoricampo. Shane gioca nel lago col piccolo Carl? Uno zombi potrebbe uscire dall’acqua. Rick parla con la moglie, nella tenda? Potrebbe entrare uno zombi da un momento all’altro. Suspense gratuita e costante, senza che il/la regista abbia bisogno di metterci del suo. Zombie Power. Il titolo originale dell’episodio era Tell it to the frogs, in Italia si è optato per un nedflandersiano Bentornato papà

EPISODIO 4 - VATOS

Episodio scritto da Robert Kirkman himself, per la gioia dei fans del fumetto. Ho però qualche dubbio sul fatto che si tratti di gioia, come dire, ben riposta. Non che non manchino le “idee narrative”. Stavolta il prologo è tutto di carattere umano/sentimentale, approfondisce il legame tra le due sorelle e prepara il dramma che chiude l’episodio… innesta - come al solito - il germe della suspense ma lo fa in modo più discreto, verboso, “scritto”. Funziona? Sostanzialmente sì, ma è un segmento parzialmente inficiato da doti attoriali relative e, col senno di poi (ma anche no), è artefatto, denuncia in modo troppo spudorato la sua natura (e i suoi intenti). Stesso discorso vale per il nucleo centrale dell’episodio, la tiratella sulle “apparenze che ingannano bilateralmente” (due gruppi di “buoni” che si considerano, reciprocamente, “cattivi”). E non è tanto la banalità dell’assunto a non funzionare quanto, di nuovo, l’eccessiva costruzione, anche truffaldina (gli “ospedalieri” sono cinematografati con tutti i crismi – anche iconografici - del gangster movie più vieto e al momento della rivelazione ci si sente ingenuamente raggirati più che sinceramente stupiti). Idee, si diceva. Idee non disprezzabili ma un po’ schematiche, troppo concentrate, che sfociano nel didascalico e rubano spazio alla coerenza interna del racconto (l’intermezzo dell’ospedale toglie forza e senso alla ricerca di Merle, col fratello che sembra quasi dimenticarlo, dopo la furia cieca con la quale aveva iniziato la ricerca – e l’autoamputazione che dovrebbe spingere ad accelerare i tempi. E poi, un dubbio: per quanti chilometri/ore consecutivi hanno corso i nostri eroi prima di arrivare all’accampamento?).

L’episodio ci è parso, insomma, troppo ambizioso e poco coeso, contraddistinto da una convivenza un po’ forzata e non sempre a fuoco tra approfondimenti psicologici, azione, suspense, impegno, Faulkner e splatter. Regia e montaggio adeguati ma non irreprensibili, con le sequenze “forti” (action, violenza grafica) che mancano un po’ di forza e fisicità, nonostante un’effettistica che non si tira indietro e cita, quasi letteralmente, i morsi saviniani dell’era Romero.  

EPISODIO 5 - ESPERIMENTI

Episodio positivo. Dopo i poco ricevibili “messaggi” di Kirkman lanciati nell’episodio 4 (ripensandoci, per quanto mi riguarda è stato il peggiore della serie), qui si torna a qualcosa di più asciutto e sensato. Oddio, il consueto prologo, narrativamente parlando, non è che regga molto: il tentativo di contattare Morgan, da parte di Rick, per informarlo della situazione è un tantino intempestivo. Voglio dire, aspetti tutti questi giorni per dirgli che magari Atlanta è meglio evitarla, visto che è in mano agli zombi? Vabbè. Quello che segue, però, è più che decente. L’episodio del “risveglio” di Amy sarebbe addirittura una cosa bella, giocato com’è sui tempi dilatati e l’attesa di un’accelerazione drammatica che non arriva, esasperando la suspense fino a farla implodere nella semplice tristezza dell’epilogo. Dico sarebbe perché è pesantemente sabotato dalla recitazione paraprofessionale di Laurie Holden (Andrea), la cui espressività è omologa a quella di una scarpiera Ikea. Così come riuscita è l’inarrestabile infezione di Jim, affatto assimilabile ad altre viste  in passato (Day of the Dead ecc) ma qui conclusa con un sereno, volontario trapasso nel mondo degli walkers (scelta eutanasica inedita, nell’ambito dello Zombie Movie). 


L’episodio segna inoltre una decis(iv)a sterzata narrativa, con cambio di location e di prospettive per il gruppo, il riemergere del problema triangolare Rick/Shane/Lori e il laboratorio tipo Umbrella Corporation dove i Nostri stanno per rifugiarsi e nel quale, presumibilmente, verranno/verremo a conoscenza di tante gustose news sul perché-percome dell’apocalisse zombica. Eppur si muove, insomma, una serie che iniziava a mostrare segni di impasse. E che finalmente torna a mostrare squarci di post Z-Day (la città costellata di cadaveri, gli walkers che attaccano lenti ma inesorabili). Perché se è vero che confinare gli zombi sullo sfondo della storia, non facendone i protagonisti ma l’innesco delle vicende/tensioni umane è una scelta anche apprezzabile, è altrettanto vero che la serie, per respirare un po’, ha bisogno di qualche sano scorcio da giorno del giudizio, lasciando fare ai morti viventi quello che sanno fare meglio. Chiusura dell’episodio clamorosamente Lost-iana, con atmosfera da “fine stagione” (cfr. la botola “di Locke”), anche se in realtà manca ancora la sesta e ultima puntata. Dalla quale, a questo punto, ci aspettiamo una chiusura degna che accenda la curiosità per i tredici episodi della stagione due…  

EPISODIO 6 - TS-19

Finale, diciamolo subito, così così. Così. Solito prologo efficace: trattasi di flashback girato con ottimo senso del ritmo, dove finalmente la zombie apocalypse in pieno svolgimento è presa di petto, tra assalti di massa e comportamenti cinico/disperati da parte delle “forze dell’ordine”. Ma viene gettata anche nuova luce sul personaggio di Shane, che ne esce semi-assolto per probabile buona fede (sembra non sentire il battito cardiaco dell’amico e solo a quel punto lo abbandona, anche se poi si prodiga per preservarlo dall’assalto degli walkers). Da lì in poi, però, l’episodio si presenta pasticciato e poco “conclusivo” (in senso seriale). Nello specifico: 


Pasticciato: Il finale lost-iano dell’episodio precedente prosegue su binari altrettanto lost-iani. Il bunker tecnologico dove si ritrovano i Nostri è affatto assimilabile al rifugio scoperto da Locke & C. sotto la nota “botola”. Siamo dalla parti del plagio o qualcosa di simile. C’è un parziale ritorno alla normalità. C’è buon cibo. C’è acqua calda. C’è un ospite misterioso e solitario al quale chiedere “spiegazioni”. E c’è perfino un display con conto alla rovescia, per dire. Ma qui c’è una condensazione di eventi e stati d’animo che sa di affrettato – dunque – “inservibile”. In 45’ si fa in tempo a vedere i personaggi rilassarsi, ubriacarsi, tentare stupri, chiedere (e ricevere) delucidazioni pleonastiche spacciate per decisive. Vengono insinuati dubbi sullo stato infettivo di alcuni (Andrea) mentre altri si scoprono, d’emblée, aspiranti suicidi solo perché il padrone di casa bofonchia qualcosa di pessimista. Con scene scult come la registrazione ecografica della mutazione zombica, presentata coi crismi della Rivelazione ma che nulla aggiunge e nulla toglie (neanche da un punto di vista “scientifico”) alla situazione di merda nella quale si trovano i sopravvissuti. Fino al finale col botto, in senso etimologico –dunque, nella fattispecie – deteriore. 


Poco “conclusivo” (in senso seriale): Ovviamente, trattandosi di un finale di stagione con una stagione 2 alle porte (per modo di dire, dato che dovremo aspettare quasi un anno), non c’era pretesa di autoconclusività. Ma anzi, al contrario, il bon ton seriale avrebbe previsto qualche fuga prospettica negli episodi futuri. Niente di tutto ciò. Qui, la chiusura è tronca, con un’esplosione (in CGI rivedibile) che, come il libeccio, lascia il tempo che trova e ci consegna i personaggi semplicemente “in fuga”, con eventuali evoluzione narrative tutte da scrivere su una tabula rasa poco efficace come generatrice di suspense. (questo se si escludono lo stato di salute di Andrea – il bisbiglio nell’orecchio di Rick… - e Merle il monco ancora in giro e presumibilmente incazzato).

Sia chiaro, la stagione 2 la guarderemo senz’altro, perché in fondo del buono c’è. E c’è l’apocalisse. E ci sono gli zombi, che diamine. Ma a conti fatti, i primi sei episodi, tra alti iniziali e bassi finali, ci ha lasciato forse più perplessità che certezze. Si dice comunque che gli sceneggiatori impiegati finora siano stati licenziati in tronco/blocco: motivo in più per ben sperare.