Horror

THE LAZARUS EFFECT

Titolo OriginaleThe Lazarus Effect
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2015
Genere
Durata83’
Scenografia

TRAMA

Quattro ricercatori (filmati da una documentarista) riescono a riportare in vita un cane defunto. Quando muore anche Zoe non resta che provare il siero sugli umani.

RECENSIONI


I morti tornano alla vita, ma sono diversi da prima. Tre Re-Animator di Stuart Gordon e Pet Sematary di Stephen King (con risveglio del cane in fotocopia), l’horror di David Gelb accenna un inizio da mockumentary: c’è una ragazza che gira un documentario sull’esperimento. Ma per fortuna è solo sfiorato e poi abbandonato, in favore di una narrazione fiction “pura” più onesta, che si dissocia dall’effetto Paranormal Activity (per capirsi) e finge a viso aperto, senza farsi ingabbiare dalla necessità di “realisticizzare la finzione”. Tornato subito alla dimensione del racconto, il regista sviluppa un experiment movie che cita ancora King («Potrebbe trasformarsi in Cujo», si dice del cane) innescato da una situazione senza plausibilità scientifica, neanche nella sospensione d’incredulità: nell’incipit il defunto suino si muove, punto e basta. La caratterizzazione dei personaggi è più o meno banale e/o di prammatica (c’è il giovane fumato, la coppia in crisi), ma passi considerando che il punto è sempre la carneficina: la lunga fase preparatoria (almeno 40 minuti su 83) sfocia nel consueto momento horror enfatizzato dal decibel più elevato.


Nel corollario visivo/concettuale, poi, The Lazarus Effect offre una propria rappresentazione dell’Inferno come ripetizione ad libitum dell’esperienza più brutta della tua vita: teoricamente interessante, forse, ma nella pratica sbrigato effettisticamente con un po’ di fiamme, la solita bambina e una vaga atmosfera shininghiana. La documentarista, accusata di passività perché impugna “solo” la telecamera, infine entra in attività e prende il timone del gioco: ma è davvero troppo poco per sospettare un livello “meta”. Tra gli attori Olivia Wilde non cambia molto fra viva e morta, anzi migliora proprio nella catatonia post-mortem, il Mark Duplass di Humpday, regista/attore/icona del mumblecore, parlotta di pseudoscienza a casaccio e poi si fa ammazzare, vestono comodi stereotipi (anche) tutti gli altri. Poco credibili i contrasti di pensiero scolpiti con l’accetta (soprattutto l’atavico “scienza contro fede”), appena stuzzicante il dubbio di un aldilà che resta in forse (più sì che no), apertamente ridicola la rivelazione finale con la bimba responsabile. Da parte sua Gelb ogni tanto ci prova (corridoi, prospettive, angolazioni “strane”), ma insomma proprio non ci siamo.