Drammatico

THE ICEMAN

Titolo OriginaleThe Iceman
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2012
Genere
  • 66659
Durata98’
Fotografia
Montaggio
Musiche

TRAMA

Vita e omicidi di Richard Kuklinski, l’uomo di ghiaccio, oltre 250 esecuzioni tra il 1954 e il 1985.

RECENSIONI


Apprezzato in vari festival (Venezia e Toronto 2012), The Iceman è l’ennesimo ritratto di un assassino, qui cucito sull’ascendente Michael Shannon. Ben prima di diventare killer, Kuklinski è intrinsecamente portato all’omicidio: lo attesta il primo sgozzamento nel vicolo, già atto scientifico da sicario, eseguito in un solo colpo, come conseguenza di un diverbio banale. Ed è questo che svela una convinzione interiore: l’omicidio, per Kuklinski, è un aspetto della convivenza sociale, parte delle relazioni umane, che interviene a regolare i rapporti se questi si ritrovano in impasse. Dopo una lite dunque uccidere è un aspetto naturale e necessario. Al contrario di uno Chigurh, in lui non c’è sospetto sovrannaturale né è un angelo della morte con regole rigide: è umano, come prova l’origine polacca, non è concettuale ma istintuale e gradualmente si specializza, poggiando la sua attività su una perenne sospensione della morale in nome del lavoro. Una tenue ombra etica emerge in un caso, quando risparmia la giovane prostituta, ma è solo l’accenno di una scrittura che guarda altrove. Non si prevede rimorso: uccidere è un mestiere meticoloso sviluppato negli anni con cura.


L’impassibilità delle esecuzioni anticipa la costruzione del simbolo: di fatto, l’ibernazione delle vittime è solo una logica cristallizzazione figurativa dei segni posti nel personaggio. Richard è uomo di ghiaccio molto prima di ghiacciare gli uccisi, una pratica che si offre come estrinsecazione e suggello nel racconto di una condizione implicita, attraverso la sua messa in metafora. La formazione, ascesa e caduta, del killer si nutre di passaggi archetipici del gangster movie come l’iniziazione, l’affiliazione e poi la rottura col boss. Qui si innesta una proposta di realismo traballante (nessun sospetto, mai, da parte della famiglia) e una serie di schemi e semplificazioni nel dipanarsi del “lavoro” e nel rapporto con gli altri (tra cui c’è la figura troppo dimostrativa del fratello, assassino indisciplinato e quindi incarcerato per questo). Nel tessuto prevedibile dell’esordiente Vromen, tuttavia, intervengono almeno due guizzi a increspare la superficie. Nel primo, la sequenza in discoteca, Kuklinski esegue un omicidio sulle note di Heart of Glass, incarnando un trasfigurato sopraggiungere della morte che interrompe bruscamente la disco fine ’70 (e tutti, per alcuni istanti, continuano a ballare). Nell’altro si squarcia il velo sul marito/padre/killer, con un’improvvisa agnizione offerta alla famiglia: a seguito di uno scontro stradale Richard mostra il volto vero, per un attimo, salvo poi tornare indietro, provare a ricomporre la maschera e re-impersonare la finzione. Ma è ormai cominciato l’inizio della fine.


Ripetizione di un topos, le doppie vite criminali dei nostri anni, il congegno di Vromen punta sul genere a presa sicura, senza rischi né ambizioni, che svolge il suo compito e non lo ravviva in modo significativo, restando quasi sempre (volutamente?) in superficie. Si loderà il cast, a seconda della disposizione/preferenza di chi guarda (Shannon, ma anche la Ryder, il cameo di James Franco  - l’omicidio migliore -, Liotta ostaggio del ruolo di Liotta), si accoglierà la regia corretta che passeggia nei decenni per cenni, ma non cambierà la sostanza di un killer movie innocuo e professionale.