Azione, Fantasy

SUCKER PUNCH

TRAMA

Anni cinquanta (?): per salvarla dalle violenze del patrigno, “Baby Doll” uccide accidentalmente la sorellina e viene internata in un ospedale psichiatrico in attesa di lobotomia. Con la mente, fugge in un mondo fantastico dove, superate alcune prove, sarà libera.

RECENSIONI

Graphic novel o videogame?

Musical da Moulin Rouge (“Love is the drug” sui titoli di coda), sexploitation da Femmine in Gabbia, trama e umori da Ragazze Interrotte, fiaba sognata che agisce nel reale (Snyder: "Alice nel paese delle meraviglie con le mitragliatrici"), Kill Bill (il primo sogno nel sogno), digitali battaglie nei cieli vintage da Sky Captain and the World of Tomorrow, figurine lolitiche sado-fetish (e sciocche) da anime giapponese, qualche suggestione alla Mamoru Oshii, testosteroni da film supereroico, storyboard e mostri da videogioco: un cocktail bizzarro per il nuovo tentativo di Snyder di piegare il cinema all’arte figurativa delle tavole più stilizzate (cupe) e autorali del romanzo grafico, con azzardate contaminazioni di linguaggio che, piacciano o no, hanno già segnato la Settima Arte. Stavolta, però, il materiale da “animare” se lo firma da solo, aggravando ancor di più lo scarso spessore/tenuta delle sue drammaturgie (unica eccezione: Watchmen), non all’altezza dei barocchi e debordanti concept figurativi, delle “pennellate androidi” (elaborazione cromatica, montaggio, disposizione spaziale, coreografie sonore e di battaglia, potenza subliminale dell’estetica evocativa/sintetica da spot/video musicale), dei sincretismi steampunk, dell’estetica del ralenti (di cui abusa) nell’Arte della Guerra, dell’epica (spesso enfatica), dei soundtrack corrotti. Nonostante segni (fintamente) penetranti (gli angeli, il potere dell’Io e del Sacrificio, la Recita nella Recita, Scott Glenn stile David-Kung fu-Carradine, il coup de théatre della protagonista che non lo è, la follia addolorata del villain, il parallelo delle sorelle morte), tutto si riduce a schematici “stage” da console dove collezionare oggetti di un rebus ingenuo e inscenare azioni belliche sparatutto, dapprima mirabolanti e intriganti, poi sempre più artificiose e spossanti nel calcolato meltin’ pot di referenti, nel surplus di CGI e come segni di una parabola fantasy che, nonostante certe pr(o)(e)messe, non sa e non vuole farsi allegoria di un’esistenza fuggita ma si basta nel confondere universi paralleli.