Fantascienza, Thriller

SOURCE CODE

Titolo OriginaleSource Code
NazioneFra / U.S.A.
Anno Produzione2011
Durata93'
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio

TRAMA

Il soldato Colter Stevens si sveglia su un treno dove scopre di essere e non essere (in) “sé”.

RECENSIONI

Moon era un riuscitissimo – e raro - esempio di fantascienza concettuale a basso costo, dalla molte, non pretenziose pretese. Source Code è una prematura conferma autoriale per Duncan Jones, che gioca subito la carta della normalizzazione scevra di sputtanamento. Budget congruo, attori “importanti”, confezione decisamente più accattivante e smerciabile. Con, però, evidenti elementi di continuità: le omologie tra i due protagonisti sono molte (la condanna a ri-vivere) così come quelle più strutturali e fondanti (l’elemento puramente fantascientifico sullo sfondo, a corredo dell’impianto umano/iperbolico/metaforico), ma tutti gli elementi sono come ricomposti in modo tale che l’uno – Source Code – finisca per somigliare, idealmente, al libero remake di Tarantino di un film di Lynch (Moon) [giusto per rifarsi in modo gratuito e improprio a una vecchia, nota intuizione di DFW].

Se Moon era infatti un film  apertamente, e quasi ingenuamente, kubrickiano nell’affrontare la Fantascienza, con poche (ma non punte) concessioni all’intrattenimento popolare e molta esibita sobrietà, Source Code si inserisce in un codificato filone fantathriller di discendenza dickiana (Minority Report, Next) che trova nel Deja Vu di Tony Scott il suo referente più prossimo. Tanti giri di parole per dire ch sì, siamo a Hollywood, con tutto quello che comporta in termine di imposizioni “ritmiche” e narrative (la love story). Ma, si diceva, Jones riesce a non perdere la faccia. Di dickiano, qui, più che il discorso sui paradossi temporali e discontinuità nel continuum c’è l’umana – e semplice - tristezza dei personaggi e l’efficacia di una prosa (filmica) diretta ed efficacissima nella sua essenzialità. Il regista sembra infatti trovarsi molto più a suo agio quando è la scarna idea registica a monopolizzare la mise en scene (lo specchio rivelatore della “vera identità” del protagonista, rivelatore anche della “soggettiva metaforica interiore” come sguardo privilegiato) che quando deve pagare dovuti dazi catastrofici (le ripetute esplosioni del treno, goffe e svogliate). E bene funzionano le sequenze di suspense, il merito per la riuscita delle quali va forse condiviso con l’esperto cinematographer Don Burgess, depalmiano DOCG (e si vede).

Certo non tutto fila liscio. Dopo il perfetto innesco del meccanismo mistero+suspense, arriva il momento delle spiegazioni e l’incanto diventa disincanto, con eccesso di verbosità esplicativa ed evidente pilotaggio dialogico verso le (spesso forzate) accelerazioni narrative. Così come cheap appaiono certe soluzioni registiche (i flashback riassunti in pochi secondi). E, ardiamo, anche il finale ci è parso leggermente fuori asse, con epilogo troppo votato al “realismo fanta-drammaticurgico” mentre tutto il film si era bellamente fregato dell’attendibilità pura e semplice (come funziona, in pratica, l’innesto del Source Code? Come può il soggetto “vedere e sentire” gli operatori ripresi da una sorta di banalissima webcam? In che modo le risposte/pensieri del soggetto stesso vengono tradotti, sic et simpliciter, in “videoscrittura”? Who cares?). Non sarebbe stato forse preferibile un finale nel quale veniva attivata una realtà parallela/alternativa/metafisica? Ma vabbè. Source Code rimane comunque merce rara, proficuo esempio di contaminatio tra istanze mainstream e obliquità autoriali.

Source Code – e il confronto con il bell’esordio del suo regista Duncan Jones – può servire come un buon apologo sia per i pessimisti sia per gli ottimisti. Per i primi, serve a dimostrare che un budget più pingue (e quindi una maggiore ingerenza degli studios) inevitabilmente finiscono per compromettere l’anima di ogni autore. Source Code è infatti una sorta di rivisitazione (tematica e formale) di Moon, ma venuta peggio. Per i secondi, invece, può dimostrare che il successo di una piccola perla indie può ancora stimolare interesse e capitali più cospicui e aprire un autore con buone idee al grande pubblico (il film è attualmente tra i primi venti titoli di maggior successo al botteghino USA 2011 e ha buone chances di chiudere l’anno tra i primi quaranta) senza che ciò si traduca in alcuna significativa abiura artistica. Source Code è, infatti, con ogni evidenza, creatura intima e autentica del suo creatore, nient’affatto lontana dalla prova precedente e con poche concessioni alle esigenze commerciali di una produzione più importante.

Chi, con qualche fatica, prova a essere neutrale non può non vedere che la ragione stavolta propende per l’ottimismo. Il film di Jones resta infatti più vicino a Moon di quanto non venga nascosto dall’unica rilevante differenza: il ritmo. Dei tre tratti dell’esordio che al tempo ci sembrarono più degni di nota (spazi carcerari e claustrofobico, ritmo meditativo che procede per accumulo, tema dell’alienazione sviluppato attraverso un rompicapo sull’identità), qui Jones mantiene il fuoco sul primo, varia sul terzo e stravolge radicalmente il secondo. Il ritmo incalzante, tuttavia, lungi dall’essere una semplice concessione al prezzo dei popcorn degli spettatori, è internamente funzionale alla struttura ripetitiva del plot e la velocità dell’azione finisce per esaltare l’angoscia opprimente della situazione. Latitano, invece, le tante didascalie e anamnesi che sarebbero d’obbligo in questo settore merceologico. Poche spiegazioni sia sui personaggi sia sull’inghippo fanta-tecnologico che è alla base della storia, a tal punto che la credibilità della faccenda risulta del tutto inconsistente (ma come diavolo si fa, ravanando nella memoria di un tizio, a scoprire cose che in quella memoria non potrebbero in nessun modo trovarsi?). Nel finale, forse, i cattivi consigli della produzione hanno trovato maggiore ascolto. Ma la stonatura è tutta in qualche battuta molle e nel tono che scimmiotta l’happy ending senza crederci – sotto la superficie, in effetti, non c’è soluzione: quella bella cosa che vediamo è un mondo alternativo nel senso più stretto del termine. Non è, vale a dire, questo qui in cui siamo tutti noi.

Alcune idee pescano dal serial “In Viaggio nel Tempo” (prendere il posto di un morituro per le indagini; approfittare del “viaggio nel tempo” per contattare il padre), citato con la presenza di Scott Bakula, ma sorprende comunque la fantasia dello sceneggiatore Ben Ripley, la sua stesura di un puzzle narrativo giallo-thriller-metafisico: questa memoria a breve termine da abitare come un viaggio nel tempo e in universi paralleli, pare partorita dalla penna di Philip K. Dick e, guarda caso, lo stesso anno è uscito I Guardiani del Destino, parimenti piegato in implicazioni romantiche per sconfiggere il Destino. L’altro da applaudire è Jake Gyllenhaal: bravo e oculato nello scegliere soggetti fanta-thriller originali, ha preteso alla regia il figlio di David Bowie dopo aver visto Moon. Duncan Jones ne ripropone il tema principale e la fantascienza metafisica, dove i parchi effetti speciali rispecchiano il leitmotiv di un’umanità che non può essere ricompresa nella e dalla tecnologia, trovando la propria unicità nell’amore romantico, ancora una volta “impiantato” nella memoria e comunque “reale” per chi lo vive. Come in Moon, poi, il protagonista vede (un altro) sé e il cinema di genere (stavolta con minore passo ipnotico e ponderato) serve riflessioni (più) alte sull’Uomo, con la claustrofobia che fa da portale al postulato filosofico. Intrigante da subito nel suo essere colmo di mistero, il film è un Ricomincio da Capo di schegge che si ricompongono in un quadro generale, poi si dedica alla lotta per la sopravvivenza dell’uomo (dell’amore) contro ogni evidenza. In questo secondo compartimento, quando il personaggio di Gyllenhaal tenta di regalare ai morituri gli ultimi attimi felici, sceneggiatura e regia vanno un poco sopra le righe, ma la fotostatica “felice” dei salvati ripaga e commuove. Michelle Monaghan e Vera Farmiga in gara di bravura.