Documentario

SOTTO LE STELLE FREDDE

NazioneItalia
Anno Produzione2019
Durata62'
Sceneggiatura

TRAMA

Un racconto sulla vita in montagna, per parlare dell’uomo, del suo rapporto con gli animali e la natura, ma prima di tutto con il tempo.

RECENSIONI

Sotto il cosmo indifferente, che non giudica ma relativizza e ridimensiona l'esistenza dell'uomo, il tempo sembra essersi olmianamente fermato. Dall'alba al tramonto (ma volendo anche dalla primavera all'inverno), la storia si fa da sé, scrutando e deducendo la giornata di tre abitanti dei monti carnici. Il malgaro, l'apicoltore e il pastore, solennemente, ripetono gli stessi gesti di sempre, tra belati e ronzii, imprecazioni e soprattutto silenzi. Per il suo esordio nel lungometraggio Stefano Giacomuzzi sceglie uno sguardo (e)statico e asettico, una giustapposizione di sequenze che producono significato e significante. Ma la partecipazione e l'impronta dell'autore sono vive e concrete, e determinano di conseguenza anche lo sguardo dello spettatore. A partire dal modo in cui i protagonisti – soprattutto il vecchio pastore – interrogano il regista dietro la cinepresa che filma: qualunque presenza anomala viene inevitabilmente e giustamente vissuta come un'intrusione, una modifica dell'abitudinarietà consolidata nei decenni. Se possibile, questa “frattura” rende il documentario Sotto le stelle fredde ancora più sincero, ancora più poetico e lirico nella sua presa diretta sulla realtà e sulla natura. Una natura che ammalia e ferisce, in cui l'uomo viene messo sullo stesso piano degli animali e in cui gli scarni dialoghi hanno lo stesso valore dei versi delle “bestie”; una natura che incute paura, crea vertigine e rende tangibile lo scorrere dei minuti e delle ore.

Da un punto di vista tecnico, Giacomuzzi sembra lavorare su quello che potremmo definire uno scarto percettivo: il bianco e nero viene utilizzato per raccontare i personaggi principali nello svolgimento delle loro funzioni, mentre il colore – tenue e morbido – inquadra le panoramiche ambientali e gli impercettibili movimenti dei paesaggi. Come a dire che il tempo e lo spazio, pur essendo ontologicamente i medesimi per chiunque, oscillano e modificano il loro corso e la loro sostanza in base ai soggetti e alle circostanze, passando dal macro al micro: la quotidianità umana si cristallizza così in una forma rigida e astratta, il consolidato corso degli eventi viene sospeso e reso paradossalmente infinito ed eterno. Nella sua pulizia formale e sensibilità estetica la pellicola di Giacomuzzi dimostra di aver assimilato le lezioni di vari maestri, dall'approccio pudico di Michelangelo Frammartino nel suo Le quattro volte alla dolce empatia esibita da Roberto Minervini in Stop the Pounding Heart e Louisiana (The Other Side). Più di ogni altra cosa, però, Sotto le stelle fredde riesce a rendere universale un discorso fortemente legato al linguaggio e alla tradizione di una specifica regione, il Friuli Venezia Giulia. Un cinema che osserva e ci osserva, che lavorando in sottrazione elimina gli eccessi e il superfluo ponendoci di fronte alla nostra imperscrutabile impotenza. Un metodo che rimanda al cinema artigiano, rurale e immersivo di Franco Piavoli, non a caso nume tutelare di questa opera prima.