Commedia, Drammatico

SCONTRO DI CIVILTA’ PER UN ASCENSORE A PIAZZA VITTORIO

NazioneItalia
Anno Produzione2009
Durata96'
Tratto dadall'omonimo romanzo di Lakhous Amara
Fotografia
Scenografia
Costumi

TRAMA

Roma, alcune figure si incrociano in un palazzo di Piazza Vittorio. Lo scontro di civiltà del titolo è dovuto alla convivenza tra anime diverse: dalla famiglia cinese all’esule iraniana, dalla badante sudamericana al coatto giovane e manesco. Quest’ultimo trova la morte nell’ascensore condominiale, chi è stato?

RECENSIONI


Tratto dal romanzo dell’algerino Lakhous Amara, Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio segna l’esordio alla regia di Isotta Toso. Si tratta di un racconto etnico-sociale-culturale che compie alcune deviazioni in corso d’opera (dramma, commedia, giallo), ma si risolve in un disastro sotto molti punti di vista. Per esempio la sceneggiatura a tre mani: “Ha parlato con il suo silenzio”, “Lui era migliore di me”, “Se ti guardassi dentro non dovrei sopportare questo vuoto che mi trasmetti”, ecco il tenore dei dialoghi. Fin dall’inizio, allora, si configura un’atmosfera di poeticismo forzato: a causa della tendenza alla poeticizzazione immediata – ovvero trasformare in poesia tutto e subito, senza il minimo costrutto - si ottiene una teatralità mascherata da vita normale (e viceversa) che l’ironia non basta a stemperare (i riferimenti a Jim Morrison). Duro colpo alla verosimiglianza del pacchetto, soprattutto quando si danno precise coordinate spazio-temporali: siamo a Roma nel quartiere Esquilino, ma nessuno parlerebbe davvero così. E in pochi coglieranno la compattezza di un film estremamente indeciso nella direzione da prendere: parte focalizzando sulla vicenda di Marco, avvocato fallito (con padre suicida e fratello sbandato), poi si apre all’umanità del suo palazzo senza soluzione di continuità. Qui abbiamo un’equa ripartizione di caratteri: i cinesi, la sudamericana, l’esule politico, il romanista, il docente gay ecc. Incredibile la quantità di carne al fuoco, evidentemente dal testo di riferimento: si va dall’integrazione alla romanità (cameo di Ninetto Davoli), dalla terza età ai legami famigliari. Il film attraversa molti livelli di lettura, ma li buca tutti: sull’aspetto sociale sentimentalismo e retorica grondano a fiumi, il giallo è un semplice whodunit? non ravvivato dall’espediente della “confessione comune” (ognuno assassino potenziale, cfr. ad esempio Il Natale di Poirot della Christie), l’ironia si affida ancora a facili smorfie e dialetti (i più vari) senza toccare l’ambito castigat ridendo mores. Tacciamo infine sulla sfacciata pretesa di attualità, che sfiora la situazione iraniana così come il malcostume italico delle mazzette. Alla regia, Toso non si segnala per soluzioni personali che non siano riempire di personaggi l’inquadratura: il totale sembra la casa de Le fate ignoranti ampliata su scala condominiale, stessa visione episodica e parziale ma non la costruzione visiva ozpetekiana. Gli attori non possono molto, anche se variano: dalla macchietta (Pannofino) al caso umano (Liotti) fino a Kasia Smutniak (la migliore) vistosamente sacrificata, costretta a inquietudini sentimentali molto diverse dal bellissimo Nelle tue mani.