Biografico, Grottesco

LORO

TRAMA

2006-2010, Berlusconi, Veronica, gli altri, “loro”. Tutti, insieme ai fatti, sono veri e/o inventati, ibridi. Berlusconi stesso è reale e immaginario.

RECENSIONI

L'ho detto molte volte, e non solo riguardo a Berlusconi, ma anche ad altri colleghi: le persone che fanno politica sono in primo luogo esseri umani e devono restare umani, altrimenti non potranno diventare buoni politici, secondo la mia opinione. Una persona cattiva non può essere un buon politico. (Vladimir Putin)

«Probabilmente il primo uomo di potere a essere un mistero avvicinabile. […] Ma, naturalmente, Silvio Berlusconi è molto altro […]. In Fiesta, Hemingway scrive: "Non c'è nessuno che vive la propria vita sino in fondo, eccetto i toreri". Ecco, parafrasando, forse l’immagine più compendiaria che si può avere di Silvio Berlusconi è questa: un torero». Paolo Sorrentino, nelle note di regia, tenta una possibile sintesi. Ma sa bene, da persona acuta qual è, che in fondo la relativa eternità del Cavaliere  è anche questione di relativa infilmabilità, nonostante Benjamin e la riproducibilità tecnica, poi fattasi mediatica, infine social, persino virale, come dicono i più candidi, i più spensierati. Ecco perché, dunque, Loro e non Lui, il torero italiano, anche se "Lui" si rivela effettivamente avvicinabile ed è il nome che appare d’improvviso sul display di un cellulare che suona innamorato negli occhi della Kira di Kasia Smutniak, anche se "Lui" è l’obiettivo del Sergio Morra/Riccardo Scamarcio,  desunto un po' dal faccendiere Giampi Tarantini, che lascia Taranto per Roma, ignaro che la meta, come diceva Schnitzler, «è sempre una finzione, anche quella raggiunta, e questa spesso in modo particolare». Ma è pur vero che verità e finzione sono esse stesse Silvio Berlusconi, e forse non a caso, allora, il primo atto di Loro riporta in apertura una citazione di Giorgio Manganelli, “Tutto documentato, tutto arbitrario”, che potrebbe venire dalle sue Interviste impossibili ma giunge invece da Pinocchio: un libro parallelo. Loro 1 e Loro 2, va riconosciuto questo prima di tutto a Sorrentino, adottano la verità e la finzione di Berlusconi e del suo circo, senza preoccuparsi di mettere in risalto ammonitore il macrodato ripugnante della realtà delle cose, politiche, antropologiche o giudiziarie che siano,  perché non è solo una questione di Caimano, qui, con buona pace di Nanni Moretti. In materia, infatti, è molto più definitivo l’immenso Franco Maresco che, intervistato da “Repubblica” pochi giorni dopo le ultime elezioni del 4 marzo, ha affermato: «Berlusconi ha perso, Belluscone no», ricordando, fra le altre cose, come Renzi e Salvini siano figli della Ruota della fortuna, ovvero di quel Mike Bongiorno col cuore a pezzi, tenero e quasi impaurito, che in Loro Berlusconi si decide a incontrare dopo molto tempo.

L’eternità di Berlusconi  non può essere la stessa del Divo, non può essere il pop grottesco andreottiano, non può essere la limpidezza, la grande bellezza di The Young Pope, l’infinita immaginazione che, come dice il Jude Law lì nato Lenny Belardo, lui - il Papa -  e Dio condividono, grondano; c’è semmai da immaginare, a voler forzare i limiti, il Berlusconi di Sorrentino come a una scheggia impazzita e ridicola, tristissima, di Youth - La giovinezza (del resto anche Lory del Santo diceva che era opera con lacune). Sorrentino (e Contarello con lui alla scrittura) sa che Berlusconi sintetizzabile non è, per questo Loro 1 e Loro 2 può ondeggiare, diciamo così, tra Martin Scorsese e Maccio Capatonda, dalle piscine invase da dolce pioggia computerizzata di MDMA alle fiction più terrificanti, mentre lacerti da editoriale di Marco Travaglio potremmo idealmente collocarli, per fortuna, solo in qualche impeto della Veronica Lario/Elena Sofia Ricci; può assurgere, Loro, specialmente il primo capitolo, a una sorta di evoluzione nobile, d’art, di quelli che sono i sogni del cinepanettone (ricordate i rumors su massimo Boldi come possibile interprete di Silvio prima che arrivasse Toni?), ibridando fatti e persone reali e immaginari, e così anche solo gli elefantini e i coniglietti sulle camicie made in Italy di Bentivoglio  politico e lirico in zona Sandro Bondi, il rinoceronte evaso dal circo, la pecorella trafitta dal freddo, la pantegana che porta distruzione, persino  magari un tatuaggio più che un capezzolo, si fanno dettaglio che schiude mondi. Ecco perché certa ingenerosa, sprezzante ricezione critica di Loro porta gaberianamente a pensare che siano in molti a temere, come dire?, non il Sorrentino in sé, ma quello dentro ciascuno.

Non è sintetizzabile Berlusconi, per questo il cerone di Servillo, la maschera, il trucco e parrucco è, e può solo essere, bagaglinesco, imitativo, una parodia forzata, eccessiva, improbabile tra il cuoio e Mao Tse-tung, con prosodia, gesto e verbo così indotti, salvo forse, in Loro 2, in quella telefonata a una sconosciuta del piazzista Augusto Pallotta/Silvio per venderle una casa, dove Servillo sembra rivelarci il trucco vero, mentre Berlusconi si esibisce uscendo da se stesso. Il primo Loro  dà alle vicende una loro linea, un motivo. Il secondo divaga di più, ma ci consegna infine l’infelicità di Berlusconi, che può perfino citare malinconicamente Buzzati mentre si spalanca il baratro coniugale. E, così, quel vulcano-giocattolone acceso in solitaria, nella notte, che sembrava promettere fuochi stupefacenti, non può che far pena, e fa pena lui, dimostrazione vivente di quanto Schopenhauer si sbagliasse nel dire che necessariamente «nel mondo non si ha altra scelta che quella fra la solitudine e la volgarità».
Non può esserci, qui, la struggente freschezza di Senza un perché di Nada le cui note quasi carezzavano papa Lenny Belardo in The Young Pope, semmai uno Slow di Kylie Minogue, ma senza desiderio, senza erotismo. Loro è un film senza desiderio, Berlusconi è (ormai) un uomo senza desiderio, al di là della smania di perpetuare se stesso, di non accettare la vecchiaia, quell’alito che emana lo stesso aroma “né profumato né maleodorante”, da detersivo per dentiere, del nonno di una ragazza, Stella (Alice Pagani, che  rivedremo in Baby, serie targata Netflix diretta da Andrea De Sica e Anna Negri), ossia la voce, il corpo, la presenza"critica", diciamo così, del film, la persona che più si avvicina a conoscere il volto di quel personaggio che qui tutti onorano, senza sapere chi sia, più importante perfino di Silvio, tanto che tutti, che Loro, lo chiamano - indovina? - Dio.

L’Italia del fido e mite Mariano Apicella/Giovanni Esposito che infine parte per naufragare sull’Isola dei famosi - e chissà se mai dimenticherà davvero lo sgarbo di Silvio che per il compleanno di Veronica lo aveva rimpiazzato con Fabio Concato e la sua Domenica Bestiale, dopo che Lui e lei si erano smarriti in mare e per qualche attimo si erano di nuovo amati, come adolescenti-, l’Italia delle veline, parola che magicamente riesce a comprendere tutto un universo più complesso, l’Italia di lacchè, nani e ballerine, di affaristi, di senatori corrotti, è una cartolina infine più tragica che comica, non si salva nessuno, qui, né loro, né noi. Né Sergio Morra e sua moglie Tamara/Euridice Axen, né Kira e gli altri, neanche il fellinismo decadente del finale e le macerie all’Aquila; neanche i vigili del fuoco sono eterni. Neanche il mèlo Silvio-Veronica, Neanche Silvio, solo relativamente eterno. Per questo, anche un giocatore d’immaginario come Sorrentino può giocare fino a un certo punto e poi fermarsi prima della cronaca vera, prima di  quel «Capo», già fattosi, precinematograficamente, assai prima di Loro, «ibridazione tra Walt Disney e Michael Jackson», con  «la sua residenza sarda come l’incrocio tra Disneyland e Neverland: letti rotondi, grotte, cascate d’acqua, statue, giostre, piscine, vasche, idromassaggi, luci stroboscopiche, palcoscenici, passerelle, pali da lap dance. Scenografie rutilanti. Tutte attrezzature e ambientazioni per il divertimento di un Peter Pan fallico ed ossessivo» (Marco Belpoliti, Il corpo del Capo). Loro è dentro un immaginario già troppo saturo, non può superarlo, né trasfigurarlo (qui uno dei limiti ontologici del dittico), e alla fine le feste di Villa Certosa fanno in fondo a gara con quelle da campeggi per famiglie.

Nel frattempo: il Tribunale di Milano ha riabilitato Berlusconi, di nuovo candidabile; Mariano Apicella (e il Cavaliere con lui) è stato rinviato a giudizio perché Lui lo avrebbe pagato per falsa testimonianza sul caso Ruby; un’ottantottenne (dell’Aquila. Forse la signora dalla dentiera portata via dal terremoto in Loro?) ha lasciato a Berlusconi in eredità 3 milioni: fake news, va bene, ma se fosse invece Loro 3?