Criminale

ROMANZO CRIMINALE

TRAMA

Dai primi Settanta alla fine degli anni Ottanta, attraverso le vicende di tre criminali (Libanese, Freddo, Dandi) si ricostruisce la storia di coloro che insanguinarono Roma: la banda della Magliana.

RECENSIONI

Placido ci prova: dopo il flop di OVUNQUE SEI serviva la scaltrezza della volpe, oppure l'ingenuità del pazzo, per adattare uno dei più complessi e sfaccettati romanzi della nostra recentissima letteratura. Roma è un regolamento di conti a cielo aperto, un'infinita guerra intestina che divora sé stessa,  strade parallele che si baciano o si uccidono, il sorriso sposa la barbarie, il pugno si scioglie nella carezza.
Nella meticolosa descrizione di questi criminali, nascita formazione apoteosi e morte, lo stilema rimanda evidentemente al grande cinema d'oltreoceano (tra Coppola e Scorsese) ma il regista rinuncia giustamente a sfidare gli dei e vira sul territorio nazionale, imprimendo tracce riconoscibili di romanità come coordinate d'appartenenza (qui ed ora) del racconto; la cifra della storia, ossia la scalata dall'inferno della periferia alla lussuria del comando (e ritorno), quando non è malamente affidata all'esplicitazione dei dialoghi viene dipinta per episodi che, sotto la scorza della banalità, diventano significativi in sé (particolarmente toccante il confronto del Freddo con la storia dell'arte, per amore della sua donna). Se la mano sullo script di Rulli e Petraglia, ancora lorda dall'ultimo film di Giordana, seminava sinistri presagi questi limitano i danni applicandosi a materia letteraria altrui, costruendo sì innesti posticci e troppo ruffianamente narrativi (la congiunzione inizio-fine sul paragone bambino/adulto) ma anche riuscendo nel miracolo di un adeguato affresco dei caratteri, screziato ed antimanicheista. L'affondo decisivo, privilegio raro entro questi confini, lo muove un cast insospettabilmente all'altezza: Favino (su tutti) è un leone incazzato, Rossi Stuart riesce infine a farsi figura oltre la figurina, Santamaria sfoggia un degno sguardo alterato, Accorsi se non impallinato dalla sceneggiatura rimane entro le righe, la Mouglalis è una dolce e crudele puttana dall'insostenibile seduzione.
Certamente questo lungo e sfaccettato canto della città violenta commette errori marchiani, scontando il peso di due scelte particolarmente sbagliate: l'inaccettabile figura dell'eminenza grigia, un politico dalle fattezze andreottiane che ambisce a 'governare il caos' ed il ripetuto innesto di filmati d'epoca che, oltre a palesare una sfacciata pigrizia nel rielaborare il bozzolo narrativo (limitandosi alla pedissequa riproposizione), si rivela particolarmente imbarazzante quando vuole far interagire materiale d'archivio (la strage di Bologna) ed attori reali (Rossi Stuart). In generale il film poteva spiccare il volo se si fosse affrancato da questa urgenza, che pare studiata a tavolino, di ricamare tra le righe i macigni della nostra Storia (Moro, il terrorismo, l'attentato al Papa, il Muro di Berlino) e si fosse limitato a sviluppare la vicenda che aveva in mente senza strumentalizzazione di sorta. Anche così, però, fregiandosi di un’insistente strafottenza che gli permette di inscenare una resa dei conti infinita (oltre un'ora di film) senza punte di noia, ROMANZO CRIMINALE ruggisce la sua rabbia contro tanto cinema educato e rassicurante senza paura di sporcare la facciata. E, soprattutto, è un'opera ben costruita: tra gli innumerevoli difetti di Placido non rientra l'arte della regia, di cui possiede solida padronanza (basti vedere la scena dell'omicidio a Trinità dei Monti o tutta la sequenza finale), dilettando la platea con un occhio non eccelso ma perlomeno estraneo al dilagante qualunquismo televisivo. Per queste (ed altre) ragioni il film, lasciandosi in filigrana le tipiche stimmate del cinema italiano, traballa talvolta sotto il peso della propria imperfezione ma guadagna meritoriamente scampoli della nostra stima. Un lieve piacere secco ed improvviso, privo di ogni retrogusto. Proprio come un colpo di pistola.

Secondo chi scrive, Romanzo criminale di Giancarlo De Cataldo è un libro decisamente sopravvalutato. I suoi difetti principali consistono nella caratterizzazione dei personaggi, debole e impacciata, e nella pretestuosità dell'intreccio noir, smaccata e macchinosa. In evidente difficoltà con il procedimento di sottrazione stilistica, spesso De Cataldo ricorre all'espediente introspettivo del 'pensò' o all'illustrazione scolastica degli schemi mentali delle sue creature, impedendo loro di conquistare una sufficiente autonomia drammatica e ingombrando il tessuto narrativo di continue spiegazioni.
Premessa necessaria, ché contiene i motivi di una moderata sorpresa di fronte alla riduzione filmica targata Rulli-Petraglia-Placido. Se le integrazioni del duo di sceneggiatori italiani per antonomasia si riconoscono ad occhi chiusi per didascalismo congenito (il prologo onomastico, il rinforzo documentaristico, la lezioncina premonitrice di storia dell'arte) e incorreggibile grossolanità (il greve simbolismo della morte del Libanese, la sua isterica gelosia per il Freddo, il prefinale escapistico e strappalacrime), l'operazione di adattamento può dirsi complessivamente soddisfacente, la pellicola riuscendo a conferire spessore e credibilità ai personaggi senza ricorrere a psicologismi posticci e scorciatoie macchiettistiche.
Regia: Placido spigola nel repertorio del gangster movie iperrealista (Goodfellas, Scarface e Carlito's Way) senza disdegnare soluzioni di respiro epico (montaggi alternati à la Coppola, sequenze a episodi di furore vendicativo) o tributi a modelli classici (la postura del Freddo sulla scalinata della Chiesa di Sant'Agostino ricalca chiaramente quella di James Cagney in The Roaring Twenties di Raoul Walsh), dando tuttavia l'impressione di non dominare adeguatamente la materia figurativa. La frantumazione visiva del profilmico sconfina frequentemente nel disordine ottico - soprattutto nella prima parte, peraltro la più convincente - e la scomposizione dello spazio non pare seguire un disegno unitario, precludendo allo spettatore la possibilità di ricomporre agevolmente lo spazio diegetico. Peccato veniale, tutto sommato, considerando il testo di partenza: se il libro è spesso illeggibile, il film è solo saltuariamente inguardabile. Un sensibile miglioramento c'è stato.

Esiste prima di tutto una topografia della violenza che né le pagine di De Cataldo né tanto meno le immagini del film di Placido riescono a evocare, una situazione (in senso etimologico) di luoghi violenti e violati (perché la violenza è una spirale inesorabile che incomincia dal degrado urbano, ambientale). Fughe impossibili di angeli di una miseria programmata attraversano la desertificazione morale di una realtà geopoliticizzata; Ostia, Acilia, Magliana rappresentano l'esproprio di un'urbanità che ha abdicato a se stessa lasciando un vuoto di cose e di persone riempito solo da un diffuso malessere. Uno spazio liminare che nessuna amministrazione osa gestire (né ha mai osato farlo), un'inquietudine geografico-sociale come caos di elementi che qualcuno ha deciso di controllare. Roma caput mundi. La stolida ingenuità di qualche angelo dell'ignoranza pretende di rievocare mefitica mente fatiscenti imperialismi, aggregati di uomini legati per istinto di sopravvivenza si gettano in una impresa più grande delle loro speranze e più faticosa delle loro intelligenze. Il Libanese, il Freddo, il Dandi, Bufalo, animali da crimine, ragazzi di strada.
Il film purtroppo si butta via come la maggior parte di quei ragazzi senza futuro, si consuma nella velocità corriva dei fatti, delle immagini, delle parole, nel loro giustapporsi, affastellarsi dentro l'ipotesi fluttuante di una narrazione, nel loro scorrere impalpabile e indifferente rispetto alla Storia. La sequela disorganizzata delle sequenze non approda a un senso, rimane involuta accozzaglia. Il pastiche potrebbe essere sagace decentrarsi  soderberghiano (visto che le strizzatine d'occhio al crime movie americano ci sono tutte) e tuttavia l'insieme mal assortito risulta informe amalgama narrativo. Nessuna premessa e nessuna deriva che non siano quelle legate a un paternalistico discorso sulla presunta umanità dei ragazzi de borgata (molto meglio in questo senso vecchie pellicole che raccontavano l'anima di Roma mediante certa fauna trasteverina come Storia de fratelli e de cortelli o il corbucciano Er più: storia d'amore e di coltello, ma qui, al contrario, si presume di fare il film d'autore, il film impegnato). Per romanzare il crimine (i crimini) non bastano Placido, Petraglia, Rulli e De Cataldo medesimo che effettuano il più anodino ed impietoso dei copia-incolla da un libro che è già una sceneggiatura, ci vogliono quei due elementi che rimbalzano nella testa del Libanese cataldiano per tutto il romanzo: cuore e cervello. Proprio quando la Storia diviene per ineluttabile paradosso più finzione di qualsiasi romanzo. Eppure tutto è assurdamente vero. Ma Placido lo sa e ce lo ricorda con sommo atto retorico. Un film, il cinema in genere, può rivelarsi come la più sublime delle strutture (a delinquere), ma la delinquenza di Romanzo criminale si fa deliquio filmico, profluvio di immagini in libertà in assenza di libertà dell'immagine, corpo pellicolare senz'anima, senza pathos, evanescenza vernacolare, embrione diegetico senza cuore testuale. E intanto siamo ancora nel flusso della visione di questo amniotico, incubale abisso di oscurità (le dominanti cromatiche della fotografia di Bigazzi non sono spese a caso, unico elemento in grado di avvilupparci nel suo sprofondare nel nero e nel rosso anti-stendhaliani della Storia), mentre la centrifuga dei personaggi, delle ipotesi caratteriali, maschere di nessun dramma davvero rappresentato, silhouette di tracotante monodimensionalità (decisamente più riuscite le figure di contorno, il Nero, Fierolocchio etc.), si trascina attraverso uno scenario di improbabile romanità nella quale risulta davvero difficile scavalcare lo stereotipo. Del tragico movimento della Storia, di quella Storia, restano solo sghembi, troppo spesso frenetici, movimenti di m.d.p.

Il film gode di una regia vigorosa, col Leone di C'era una volta in America a far da nume tutelare nella violenta saga dei giovani amici-criminali come negli improvvisi squarci lirici; e se questi ultimi sono per lo più di maniera, non lascia indifferenti il modo intenso ma secco con cui viene mostrata la fine di alcuni personaggi, che cadono a terra spalancando sul vuoto gli occhi stupefatti e offuscati dall'alito della morte. La sorda energia che anima Romanzo criminale è nutrita da uno spirito non riconciliato con la storia nazionale recente, e ha il merito di mettere in evidenza il talento di Rossi Stuart, Santamaria e Favino, oltre a giovarsi del geniale istrionismo di Massimo Popolizio. È anche da rimarcare la bella idea di un linguaggio romanesco inventivo e di aspra qualità letteraria - una musica violenta e più seducente dei colpi di pistola che l'accompagnano.
Ma la sceneggiatura, opera dei factotum del cine-tv italiano di questi anni, non sempre è in sintonia con lo sguardo deciso e ruvido di Placido. Ed è questo il problema di un'opera squinternata, che alterna a momenti di buona presa drammatica alcune cadute rovinose: le due figure femminili - una del tutto inutile se non a uno spettatore in cerca dell'ennesima banale storia d'amore (ve ne sono ancora, al di fuori dei tinelli ventur-venier-fiction-baudizzati?), l'altra funzionale e tendenzialmente fascinosa ma servita da dialoghi particolarmente perfidi - e la rappresentazione dei complotti di funzionari pubblici che si muovono nell'ombra, condotta in modo assai confuso sul piano diegetico e insulso su quello visivo.
C'è poi un dato che colpisce: qui come nel feuilleton di Giordana che trionfò a Cannes, scritto anch'esso da Rulli e Petraglia, la Storia trascorre con abbondanza nelle vite dei protagonisti attraverso il mezzo televisivo (il ritrovamento del cadavere di Moro, i funerali di Falcone) o grazie alla partecipazione diretta di eroi ed eroine alle sue fasi cruciali (la strage di Bologna, l'alluvione di Firenze). Il che ci pare, in tutt'e due i casi, una dichiarazione di resa dell'immaginazione cinematografica alla potenza avvilente della scatola domestica o ai bisogni di una drammaturgia di corto respiro che si affida al comodo espediente del bello della diretta.
Senza voler istituire paragoni odiosi, un altro film italiano di questi anni - Buongiorno, notte - in cui la televisione compariva con impressionante martellìo, alimentava il proprio intento sardonico mostrando come il piccolo schermo sia stato, con le raffaellecarrà e i brunivespa, i proclami dei Papi, i discorsi fumosi dei politici, i funerali di Stato con le icone del potere che celebrano se stesse, la levatrice del nostro Paese quale oggi lo conosciamo; anche di quella generazione che volle trasformare il Potere a ogni costo ma, prigioniera della Sua logica simbolica e liturgica, non ne comprese la reale dinamica e concorse a rafforzarlo in quanto esso aveva di più cupo e infido. Mentre ne La meglio gioventù e in Romanzo criminale la TV è più che altro il veicolo scelto dagli autori per risparmiar la fatica di 'inventare il vero'.