Documentario

ROMAN POLANSKI: A FILM MEMOIR

Titolo OriginaleRoman Polanski: A Film Memoir
NazioneFrancia
Anno Produzione2011
Durata94'
Fotografia

TRAMA

Roman Polanski secondo lui.

RECENSIONI


Il memoir, genere letterario in voga negli Usa degli anni zero (tanti casi: J.T. Leroy, Augusten Bourroughs, A.M. Homes…), viene declinato al cinema dal regista francese Laurent Bouzereau, veterano del making of già applicato a molti cineasti centrali, da Hitchcock a Spielberg. Sulla carta Roman Polanski viene intervistato dal suo produttore Andrew Braunsberg: in realtà è uno scambio amichevole e informale, diretto dallo stesso Polanski, che tocca le stazioni principali della vita personale e artistica del protagonista. Dal ghetto di Cracovia all’incontro con Wajda e l’ingresso nel cinema, dall’omicidio di Sharon Tate all’accusa di stupro, passando per il successo internazionale e l’arresto in Svizzera nel 2009: autobiografia sottoforma di domanda/risposta, Roman Polanski: A Film Memoir ha l’ambizione della totalità, dall’infanzia a oggi, seguendo il doppio binario che accosta vita e opere, con l’accento che scivola continuamente dall’una alle altre, riservando volentieri giudizi e riletture successive (Repulsion è rinnegato: “Quando lo rivedo non mi piace”; Il pianista conferma la sua natura definitiva di film/debito: “E’ quello che porterei nella tomba”).


Nella lunga e dettagliata ricostruzione, il vissuto polanskiano abbraccia non solo le pellicole apertamente autobiografiche, ma anche altre insospettabili: il lavoro nei campi di Tess, la parentesi bucolica di Oliver Twist sono altrettanti tasselli dell’esperienza del regista, ovvero cose viste/fatte, dati e percezioni raccolte negli anni della guerra. Oltre all’esplorazione scientifica del pianeta Polanski, allora, è questo l’aspetto davvero rilevante: vita e finzione si confondono, la fiction non è mai sola fiction, c’è un punto in cui il piano reale e quello narrativo si sovrappongono anche per brevi tratti. Bouzereau lo sottolinea: quando Polanski evoca un episodio significativo della sua vita scatta la dissolvenza, entriamo nel film che lo rappresenta e vediamo la sua messa in immagini, il pegno pagato dalla pellicola alla vita. In tal senso il documentario ci guida alla scoperta della trasfigurazione: come il vissuto si trasforma in narrato (il giovane Roman che apre una conserva d’acqua è una scena de Il pianista) e il passato ritorna, cercando una catarsi a posteriori che porta il regista a ricostruire il ghetto a sua volta costruito dai nazisti.


A parte questo però rimane un’intervista schierata, una legittima confessione “dalla parte di”. Nell’economia dei 94 minuti è impossibile tralasciare la fondamentale divergenza tra contenuto e forma: c’è molta complessità intrinseca nei fatti evocati, ma non c'è problematicità nella loro esposizione. Ovvero: il regista dice e omette ciò che vuole in modo anche, si fa per dire, “scorretto”. Per esempio evidente è la volontà di passare sopra all’episodio della violenza carnale, di cui egli si dichiara colpevole (“E’ ovvio che ho sbagliato”) ma non aggiunge nulla e – convenientemente (per lui) – non entra nei dettagli. Così come nelle diverse sottolineature della condotta scorretta dei media. L’angolazione del protagonista, qui come in ogni memoir, racconta la sua versione proponendosi inevitabilmente come una questione personale fra sé stesso e il proprio pubblico: imperdibile oggetto cinéphile per polanskiani, forse meno imperdibile per tutti gli altri.