Commedia

QUATTRO MATRIMONI E UN FUNERALE

Titolo OriginaleFour weddings and a funeral
NazioneGran Bretagna
Anno Produzione1994
Genere
Durata105'

TRAMA

Scapolo e playboy impenitente, Charles è più volte invitato ai matrimoni degli amici. In uno di essi incontra un’americana che pare la donna giusta, ma tutto si risolve in un affare di una notte.

RECENSIONI

Nella sua perfetta miscela di commedia e sentimento, il film è stato la rivelazione mainstream della sua stagione, diventando un modello per molte opere a seguire. Merito di una sceneggiatura (Richard Curtis) con battute e situazioni paradossali irresistibili, capace di un sarcasmo pungente e sagace sull’istituzione matrimoniale e la fauna che lo abita (annessi e connessi: tradimenti, sesso, aspettative deluse, colpi di fulmine, gaffe, umori colti benissimo); di attori tutti eccellenti, dalla rivelazione del simpatico Hugh Grant, nuovo charme comico inglese pronto a conquistare Hollywood come il suo quasi-omonimo predecessore Cary, alla sempre affascinante Andie MacDowell, passando per veri mostri sacri come Simon Callow (interpreta l’omosessuale Garrett) e l’allora ancora poco conosciuto in Italia Rowan Atkinson, il geniale interprete e autore delle comiche con Mister Bean (qui nei panni di uno spassosissimo e impacciato prete); della regia di Mike Newell, artigiano con lodevole curriculum alle spalle, direttore intelligente e dal polso fermo. Nell’accostamento annichilente di regole sociali e loro sconvolgimento è un tipico prodotto inglese, ma nel sentimentalismo e nel buonismo (anche stucchevole verso la fine) guarda alla Hollywood classica e la sua dissacrazione si pone dei limiti strizzando l’occhio ai cugini americani (ma getta acido sulla loro ignoranza: “Le do il fax di Oscar Wilde”), fino ai “fotofinish” con matrimonio per tutti (Kristin Scott Thomas con il principe Carlo!). Da citare le gaffe degli anelli, delle indiscrezioni sugli amanti e dell’elenco delle avventure sessuali del personaggio di Andie MacDowell. Soundtrack costellato di brani celebri (anche canzon-ati, vedi “I can’t smile without you” di Barry Manilow), citazione della poesia “Funeral blues” di W. H. Auden.