Documentario

QUANDO C’ERA BERLINGUER

TRAMA

Chi era Enrico Berlinguer? Che traccia ha lasciato nella memoria collettiva a trent’anni dalla sua scomparsa, l’11 giugno del 1984, dopo il malore che lo aveva colpito durante l’ultimo, appassionato comizio? Chi era quell’uomo, salutato a Piazza San Giovanni da oltre un milione di persone? (dal pressbook)

RECENSIONI


Per decifrare, ed analizzare, l’opera prima di Walter Veltroni (sempre che abbia senso parlare di film e/o di cinema di fronte a Quando c’era Berlinguer) è lecito chiedersi se gli strumenti della critica cinematografica possono tornare utili a tal proposito. E visto che l’obiettivo veltroniano - obiettivo inteso come punto verso cui l’anelito filmato del ricordo del ‘mito’ volge - appare come l’imposizione dell’elevazione della figura di Enrico Berlinguer al di sopra di ogni collega dell’oggi, ieri e avant’ieri, l’analisi della messa in scena è abbastanza improbabile dato che la tensione verso il risultato cancella, o mette in secondo, terzo, quarto piano la dimensione di ogni possibile struttura del discorso filmico.


Certo Quando c’era Berlinguer, come ‘film’, assemblaggio di inquadrature, comunque, esiste. Intanto esiste come carrellata di certezze iconiche, atteggiamento difensivo e ultrareligioso, blindatura del senso dell’operazione fin dai primi fotogrammi: Pasolini che passeggia sul litorale laziale, Gaber che canta “Qualcuno era comunista”, Rossellini che intervista Allende, Benigni che tiene in braccio Berlinguer, (Toni Servillo che interpreta la voce dell’ex leader Pci!) ecc... Usate così le sante icone, tra spezzoni di Tribuna Politica e le interviste in piano americano dallo stesso identico terrazzo romano/sorrentiniano con sfocatura in profondità di campo sul cupolone, si riducono allo spessore emblematico della figurina, della riduzione a tesi politica precostituita e impositiva ai danni di una possibile e rilevante complessità (un confronto con una puntata sul tema di Rai Storia fatto di spezzoni inediti rende bene l’idea). Quando c’era Berlinguer - e chi scrive ha anagraficamente sfiorato il leader in esame e lo ha amato profondamente - ha una superficie concettuale piallata, una rifinitura sostanziale da minculpop, una derivazione compositiva che ricorda la manipolazione più grossolana modello Michael Moore (si veda l’uso buffonesco degli spezzoni di cinema di finzione, qui il Red Skelton di A Southern Yankee -1948- e il Don Camillo di Duvivier -1952-). E’ la tattica affabulatoria di quei registi, forse meglio assemblatori d’immagini che, proprio per citare al contrario il Veltroni voce narrante nel film, rendono questa attività un “mestiere” e non più “una missione”. Guai a far fluttuare la coscienza, guai a registrare un imprevisto, un’increspatura dentro o ai bordi del quadro: qui sembra si debba fare l’Italia ‘comunista’ o si muore. Che detto in termini prettamente politici, che nessuno di quei ‘cronisti’ dei giornali che hanno visto in anteprima il film con grande scandalo dei cosiddetti ‘critici’ dei giornali stessi, sono riusciti a sfiorare: l’operazione ‘imposizione ed elevazione del mito Berlinguer’ manifesta un senso di inferiorità e di rassegnazione politica, di “guarda Matteo (Renzi ndr) che ti sbagli a non citare mai il Pci o il termine ‘comunista’ come elementi fondativi del Pd”, che nemmeno il Berlusconi redivivo (siamo nell’anno domini 2014) si sogna più di usare come offesa verso gli avversari.


In questo Veltroni regista perde la partita politica fin dalla prima sequenza del suo documentario: quando vuole partire originalmente dalle immagini a colori della (vera) Piazza San Giovanni che il 13 giugno 1984 accoglie la bara di Berlinguer e poi le fa seguire da una terrificante sequenza in bianco e nero dello stesso spazio girata oggi con le prime pagine dell’Unità svolazzare con dolore nella piazza vuota. Quel vuoto culturale/politico l’occhio del Veltroni cineasta (sic) non lo ritrae; anzi lo riempie, lo stipa di nomi altisonanti (Napolitano, Gorbaciov) proprio perché in qualche modo lo imbarazza sapere che c’è. E poi ancora ci ricama e disegna sopra, comunque, il suo Berlinguer, quello che gli serve per fare un’affermazione politica nel quadro caotico odierno come, ne cito una su tante possibili: Berlinguer si allontanò dall’Urss per stare sempre più sotto l’ombrello della Nato. Tentativo che serve non tanto per la costruzione di un’analisi storica plausibile e documentata, quanto per confermare le proprie scelte da segretario del Pds-Ds-Pd. Jovanotti e il suo discorsetto al tramonto in riva al mare (“a me la parola comunista non ha mai fatto paura, perché significava essere come Berlinguer”) sono lì per rassicurare non tanto gli avversari di altri schieramenti partitici, quanto i nuovi compagni di viaggio under 45 che si sono mescolati a quelli vecchi del Pci per produrre questo pallido riflesso partitico che ha definitivamente buttato a mare ideologie e busti del Novecento per far posto “alla politica del fare le cose” (cit. Renzi da un qualsiasi talk-show). Eppure questo vuoto, politico, che si è andato a creare in questi 30 anni di distanza, nell’analisi di Veltroni lo si recupera, magari per una composizione involontaria, negli occhiali Dolce e Gabbana indossati da Aldo Tortorella, storico dirigente Pci intervistato sul terrazzo citato come testimone dell’epoca. Il contrasto antropologico e sociale con i golfini indossati da Berlinguer, contrasto che scaturisce dalle immagini e non dalla parole o tesi precostituite, spiega attraverso l’occhio cinematografico uno iato sostanziale che oltretutto, così immerso Veltroni nel suo mostrare per intero l’agonia del leader sardo sul palco di Padova, non viene mescolato nemmeno con una umana e sincera nostalgia. Allora, dopo tutto, il povero Berlinguer era meglio farlo riposare in pace.