Commedia

PROVA D’ORCHESTRA

NazioneItalia/Francia/Germania
Anno Produzione1979
Genere
Durata70'
Scenografia
Musiche

TRAMA

In un oratorio sconsacrato ha luogo una prova musicale: il direttore tedesco strapazza gli orchestrali distratti e indisciplinati. Dopo una pausa, l’orchestra si ribella al direttore, rimpiazzato da un grande metronomo. Una gigantesca palla di ferro distrugge una parete. Impauriti, i musicisti riprendono la prova, mentre il direttore inizia a sbraitare in tedesco.

RECENSIONI

Spesso accusato di non essere che satira facilona del Sessantotto, malcelata apologia di fascismo o semplice sfilata di macchiette, PROVA D’ORCHESTRA conserva intatto il proprio segreto: nudo e ambiguo, lineare e contraddittorio, in perenne e sapiente bilico fra tragedia e farsa, al pari di tutte le migliori creazioni di Fellini. Il mondo della musica è un regno ultraterreno in pieno declino, invaso dai segni più deteriori della modernità (le radio clandestine, la troupe televisiva che sta realizzando un servizio sull’orchestra), disperatamente legato al ricordo di un’età aurea che verosimilmente non è mai esistita, se non nell’immaginazione di una “vecchia guardia” stanca e puerilmente superba dei propri deliri (il copista masochista, il clarinetto di Toscanini). Assediata dal caos che invade i titoli di testa e oppressa da una minaccia senza volto, terribile ed enigmatica, l’officina sonora si rivela un’accozzaglia di automi pateticamente fieri della propria importanza (elevatissima: tutti rivelano alla troupe il ruolo basilare dei rispettivi strumenti), che solo eccezionalmente trovano nella musica una fonte di vita (vedi l’arpista, che scompare nel momento in cui non è più possibile fare musica). Il direttore, che pure è il più lucido di tutti (lo prova lo sguardo cinicamente sconsolato su colleghi e pubblico che emerge durante l’intervista), si sente inadeguato al proprio incarico sacerdotale (Ogni musica è sacra, ogni concerto è una messa) e sfrutta il panico generale per competere finalmente ad armi pari con il proprio modello di gioventù: l’Edipo irrisolto assume toni biblici (la difficile prova musicale come traversata del deserto, il grande metronomo come nuovo vitello d’oro) per generare un isterico mostriciattolo. Le celesti armonie di Rota sbocciano da una ragnatela di odio e disprezzo (l’irresistibile degenerare della lite fra primo e secondo violino) in cui l’amore non esiste che come effimera attrazione (gli amanti sotto il pianoforte) e vecchio risentimento (la musicista alcolizzata): il respiro divino nasce da una quiete carica di urla feroci e sussurri inaciditi, svela uno dei backstage più impietosi e potenti mai dedicati all’arte (qualunque arte).