Commedia

POSTI IN PIEDI IN PARADISO

NazioneItalia
Anno Produzione2012
Genere
Durata119'
Fotografia
  • 58017
Scenografia

TRAMA

Ulisse, Domenico e Fulvio decidono, sospinti da un’amara condizione di indigenza economica, di condividere un piccolo appartamento, finendo così per intrecciare vite, disperazioni e vani tentativi di ripresa._x000D_

RECENSIONI


I tre protagonisti si presentano come il paradigma più immediato, anche se non necessariamente riuscito ed efficace, per definire e declinare il senso del fallimento: Fulvio, Ulisse e Domenico, rispettivamente, vivere nel presente e nella mondanità e fallire, vivere nella nostalgia e nel proprio sogno di gloria e fallire, tentare di accelerare il futuro con mezzucci e miserevoli trucchi e fallire ancora. Queste pallide figurine si muovono per un istintuale e primario senso del bisogno in un mondo che si presenta come un deserto di privazioni e scontento. Le costrizioni con le quali sono obbligati a convivere ricadono su di loro, esseri amorfi e fiaccati, come una spada di Damocle, affilata e implacabile. Esempi di modelli esausti e usurati si misurano sul medesimo terreno, quello della paternità, dal quale scaturiscono le (poche) gioie e le (molte) complicazioni del quotidiano.
Una condizione umana di stasi avvilente che confluisce in un unico luogo fisico, il piccolo appartamento che i tre decidono di condividere. Invece di lavorare con disinvoltura su questi elementi comuni, sfruttando l'espediente del luogo unico come catalizzatore di eventi e snodo centrale di vite sull'orlo di un auspicabile cambiamento, Verdone si adagia sulle storie individuali dei tre, riflettendo così un'inerzia narrativa che palesa tutta la sua incoerenza interna.
Le aperture su un quadro più generale di crisi, di approfondimento della condizione generale di instabilità economica e lavorativa dell'Italia contemporanea sono solo falsi spiragli di un'analisi che rimane alquanto inappagata soprattutto per le cause cui viene ricondotta: tutti i problemi economici e familiari dei tre protagonisti nascono non da reali condizioni esterne disagevoli, ma dall'incapacità individuale dei tre di rapportarsi alla realtà.
E' proprio questo scollamento disinteressato, unito all'incoerenza narrativa più scoraggiante a lasciare il film sulla crosta più superficiale e asettica della visione. Si perdono, letteralmente, tanti collegamenti, appaiono e scompaiono nel nulla personaggi che, con la loro presenza meglio contestualizzata, avrebbero potuto rendere più sfaccettato il profilo dei tre protagonisti e approfondire le vicende tragicomiche che li riguardano.
E non saranno certo tre flashback posticci a salvare o a migliorare la situazione.
La narrazione procede appesantita nei punti che potevano al contrario dimostrarsi potenzialmente più attraenti (in che misura la paternità influisce nella vita di un uomo, che lascito ha nel quotidiano la separazione dai propri affetti, come gestire un ritorno inaspettato e non voluto ad una condizione adolescenziale di convivenza), distraendo lo spettatore con espedienti comici che risultano unicamente fine a se stessi.