PIRATI DEI CARAIBI: OLTRE I CONFINI DEL MARE

Titolo OriginalePirates of the Caribbean: On Stranger Tides
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2011
Genere
  • 67203
Durata122'
Fotografia
Scenografia
Costumi

TRAMA

Jack Sparrow finisce sulla nave del pirata Barbanera, alla ricerca dell’Eterna Giovinezza.

RECENSIONI


La prima buona notizia è che Marshall (ma ancor di più gli sceneggiatori storici dei Pirati) abbandonano qualunque velleità di fornire una continuity complessa e coerente alla saga. I tempi dei continui rimandi intra-episodici, delle esose richieste alla memoria spettatoriale collettiva, dell’imposizione di personaggi carismatici come un coordinatore provinciale del PDL alla stregua di “beniamini del pubblico”, sono finiti. Oltre i confini del mare è, vivaddio, un film sostanzialmente autonomo e autoconcluso (anche se in prospettiva seriale), che non procede in nessuna direzione precisa e che si accontenta di pre-requisiti fruitivi minimi.


La seconda buona notizia è che Rob Marshall, velocemente derubricato da Autore Emergente a Ex Promessa Riciclata, dona rinnovata sobrietà alla colonna visiva. Verbinski, autore di The Ring, uno dei remake più riusciti degli ultimi 10 anni (affermazione, questa, di indimostrabilità esemplare) stava in effetti un po’ esagerando: i 170 minuti di Ai confini del mondo, affogati spesso in un malinteso concetto di epica digitale, lasciano il posto ai – pur sempre troppi ma più misurati – 122’ di sostanziale sobrietà avventurosa, dove i referenti privilegiati sono gli ultraclassici cappaspadeschi tipo Douglas Fairbanks o i momenti fantasy più spinti di un qualunque Indiana Jones.


Certo, due buone notizie non fanno un buon film. La saga caraibica, di fatto mai “decollata” e afflitta da cronico fiato corto, giunge al quarto capitolo comunque stanca e impacciata, edificata sulle smorfie e le moine di un invecchiato Johnny Depp che, forse, non può non riproporre pedissequamente un Jack Sparrow ai confini della mummificazione. La trama “in sé”, come si diceva in apertura meno “saghica” e più “episodica”, è dilatata oltremisura e costellata di piccole divagazioni che diventano rapidamente vicoli ciechi, mentre le sequenze riuscite (l’attacco delle sirene), coreografate con gusto, si contano sulle dita di mezza mano di un Simpson. Sequel, dunque, marginalmente migliore dei suoi due predecessori, ma più per demeriti “altrui” che per meriti intrinsechi, il principale dei quali ci pare comunque – di nuovo – poco intrinseco e più comparativo, ossia un generico abbassamento del livello di tronfiaggine. La saga è, insomma, una “scoreggia nello spazio” (Bossi, Umberto, riferendosi a Gianfranco Miglio) e finalmente ne prende atto. 3D di irritante, ma in un certo modo emblematica, inutilità.