Drammatico

PARLA CON LEI

Titolo OriginaleHabla con Ella
NazioneSpagna
Anno Produzione2001
Durata112'
Sceneggiatura
Montaggio
Scenografia

TRAMA

L’infermiere Benigno si occupa di Alicia, una giovane ballerina in coma. Nello stesso ospedale viene ricoverata Lydia, una torera, fidanzata con il giornalista Marco…

RECENSIONI

Passo a Quattro

Il nuovo film di Almodóvar è quasi insostenibilmente rigurgitante d’amore: un amore totale, ben poco fisico (nel senso più banale del termine) ma tattile, carnale, feticista. L’eros è dedizione totale al corpo e al cervello dell’altro, venerazione spudorata del dettaglio più nascosto, volontà di rimuovere ogni possibile ostacolo dal cammino del proprio dio personale. Una relazione amorosa non può che nascere a distanza (oltre il vetro di una finestra, dall’altra parte di uno schermo televisivo) e svilupparsi come un progressivo annichilimento di sé nell’oggetto della propria ossessione.
“Parla con lei” applica questa idea di vita amorosa a due coppie solo apparentemente diverse; quella formata da Lydia e Marco sembra, all’inizio, più “concreta” dell’altra, ma, nel corso dell’azione, emergono molteplici affinità: un incontro difficile, risolto dall’uomo grazie a un atto di coraggio o di lealtà, conduce a un rapporto bruscamente interrotto da un incidente che causa il coma della donna. Numerosi fili, rossi come il sangue, collegano e intrecciano le storie: una figura di donna sotto il getto dell’acqua, un pegno d’amore più o meno volontariamente sottratto all’amata (la medaglietta, il fermaglio per capelli). Denominatore comune, come nel film precedente, è il teatro, luogo in cui l’azione cinematografica ha inizio e termine, e insieme metafora delle dolcissime bugie che i personaggi rifilano (principalmente a se stessi) per rendere la vita un po’ più meritevole di essere vissuta. Insomma, il solito, vecchio Pedro.
E invece no, meglio, non solo. Il tocco è quello, raffinato e sognante, dell’Almodóvar ultima maniera, condotto alla perfezione formale in “Tutto su mia madre”, ma non sarebbe giusto leggere il nuovo film come mera riproposta (leggasi rimasticatura) del già magnificamente detto. Come afferma la professoressa di danza (una Chaplin che potremmo definire straordinaria, se il suo standard non fosse, di per sé, insuperabile), “nulla è semplice”, e figuriamoci il cinema: in questa disgraziatissima epoca in cui furoreggia l’almodovarismo degli stenterelli, convinti che a fare un film degno di nota bastino due o tre personaggi omosessuali e/o travestiti e una fotografia a tinte calde, il buon Pedro ribadisce, nei fatti, la necessità di un’arte non omogeneizzata.
“Parla con lei”, come le coreografie di Pina Bausch che lo incorniciano, è un balletto perfettamente delineato in ogni movimento, in cui l’armoniosità della forma dà vita a una vertigine senza fine: i personaggi danzano le proprie storie sull’orlo dell’abisso, non di rado vi precipitano, e l’eleganza dei passi plasma un destino inesplicabile, crudele e malinconico. È il Caso il vero regista dello spettacolo chiamato vita, come sembrano suggerire le didascalie, che, fornendo agganci spazio-temporali ed erotici, costruiscono uno straniamento sornione.
Gli elementi melodrammatici (suicidi, stati comatosi, passioni) sono sviluppati con un furore impietoso che rimanda agli anni ‘80 (“La legge del desiderio”), lo humour ha un’aggressività volgare e sorridente di cui, negli ultimi tempi, avevamo avvertito la mancanza, scompare ogni traccia di manicheismo: non soltanto i personaggi sono tutt’altro che irreprensibili (bugiardi, ladri, violenti, egoisti), ma le loro azioni non sono classificabili come del tutto buone o del tutto cattive. La menzogna stessa non è necessariamente salvifica, come dimostra il terribile prefinale.
La cosa forse più incredibile è che il regista sembra essersi accorto dell’altra metà del (suo) cielo: i personaggi maschili non sono più fantocci, ma uomini, figure complete e complesse come quelle femminili. L’invito rivolto dal titolo non esclude un analogo “parla con lui”: Marco e Benigno sono i poli di un’amicizia virile non priva di muta tenerezza, una delle più commoventi mai viste su grande schermo. In un’opera priva di “stranezze” sessuali (se si esclude il bizzarro, irresistibile divertissement muto), l’ambiguità è impalpabile, sussurrata, sfiora caratteri e ambienti, s’insinua nelle conversazioni e subito dilegua: nell’invisibile catena sentimentale che collega tutti i personaggi, la relazione che (forse) inizia nel finale è il frutto dell’assimilazione, da parte di uno dei due uomini, dei desideri, della personalità dell’altro, ed è, quindi, un doppio atto d’amore.
Magnifico il quartetto protagonistico; menzione speciale per Javier Cámara.

Le lacrime razionali di Pedro

Un sipario chiudeva "Tutto su mia madre" e un sipario apre "Parla con lei", quasi a simboleggiare una ipotetica continuita' tra la solidarieta' femminile del film che gli ha dato il massimo della popolarita' e quella maschile del nuovo lungometraggio. Abbandonati i ruspanti eccessi degli esordi, Pedro Almodovar sembra essere arrivato ad una piena maturita' stilistica che predilige i toni pacati e le sfumature. In "Parla con lei" costruisce un vero e proprio melodramma, svecchiando i ruoli e attribuendo alle figure maschili le passioni e le lacrime che siamo stati abituati a riscontrare in eroine d'altri tempi. Si parla di solitudini, di amicizia, di illusioni, ma su tutto sembra soffiare il vento dell'amore, che guida le scelte dei protagonisti e le rende positive nonostante tutto. Il racconto procede scorrevole grazie ad una sceneggiatura che invece di spiegare gli eventi, li esprime nelle loro conseguenze sulla vita dei personaggi. L'espediente narrativo funziona, perche' accresce l'interesse nei confronti del destino dei protagonisti e lascia ampio spazio alla comprensione delle loro psicologie. Dietro l'apparente originalita', si percepisce pero' un certo calcolo nel calibrato mosaico tessuto dal regista intorno alle sue creature. Sembra di trovarsi di fronte ad un tipico film a "tesi", dove i tanti fili lanciati, si intrecciano in un certo modo piu' per volonta' del regista che dei singoli protagonisti. In questo senso i personaggi non sembrano essere completamente liberi di muoversi al di la' di ogni schema, ma subiscono piu' di una forzatura diventando una sorta di strumento esplicativo della forza onnipotente dell'amore: una forza che racchiude sia il bene che il male, senza alcun intento manicheo.
Pare quasi che l'originalita' della vita, di cui Almodovar e' sempre stato (pur con alti e bassi) sensibile interprete, sia filtrata da una razionalita' che finisce con l'avere un peso ingombrante.
Alcuni momenti, come l'intervento musicale del bravissimo Caetano Veloso, sono piu' appiccicati che funzionali alla narrazione. Diverso il discorso, ad esempio, per i balletti di Pina Bausch, che diventano parte integrante del racconto. La volgarita' ricercata di alcuni dialoghi tra le figure di contorno sembra piu' essere una firma dell'autore che una liberta' creativa. Cosi' come le tante coincidenze che si susseguono con calcolata leggerezza.
La visione lascia quindi un po' scissi: da una parte il fascino di personaggi originali, di una bella storia e di attori molto bravi, dall'altra un disequilibrio tra la levita' delle intenzioni e la meccanicita' con cui si arriva alle lacrime.

Si riapre il sipario di Tutto su mia Madre: i corpi femminili moribondi del teatro danza di Pina Bausch s'afflosciano contro il muro dell'incomunicabilità, il controcampo rivela anche (finalmente!) il dolore degli uomini, impotenti spettatori della loro alienazione. L'atto solipsistico dell'amore diventa supremo nel momento in cui constata la propria sconfitta e, nella disperazione, alimenta la speranza: Lydia, Marco, Benigno e Alicia sfidano la morte affinché, da essa, emerga la vita. Almodovar, con passo mesto e arie dolorose, vorrebbe unirli nel segno dell'Utopia, forse l'unico luogo dove mascolino e femminino trovano un punto d'incontro. L'utopia è un sogno espressionista che prende le forme di un film muto ("Amante Menguante"), dove il piccolo uomo di Radiazioni BX, Distruzione Uomo entra nel sesso dell'amata e muore, nasce, muore, nasce…per sempre; è un rito sacro dove il martire lava e veste i corpi di Cristo, le icone dell'amore mai perduto, mai trovato, sempre vivo nel segno della fede; è un'allegoria per riflettere sulla necessità della parola, dell'empatia, della pietà, della generosità, della devozione. È la malinconica constatazione dello iato fra amore e bisogno d'amare. Un'ironia amara sulle coppie di morti viventi e sulla solitudine. Una gag feroce sui mass media, la Chiesa e la Psicanalisi. Un eterodosso quesito filosofico sulla continuità fra Bene e Male (la violenza carnale che dona morte e vita), gioia e dolore, sacrificio ed egoismo, amore ed amicizia (etero ed omo-sessualità), Romeo e Giulietta (Benigno e Alicia). Niente è semplice nella danza della vita dove, a rotazione, si è protagonisti e spettatori, ma le note tristi dell'ugola di Caetano Veloso (una “Paloma” usata similarmente in Happy Together da Wong Kar-Wai) sono sempre le stesse. Bizzarro, straziante.

Sull'orlo di una crisi?

Non sono tra quelli che "Una volta sì che Pedro...". Ho seguito il percorso di questo cineasta con grande curiosità e senza pregiudizi amando alla follia il suo periodo indiavolato (tutto, senza eccezione alcuna) fino all'inarrivabile trilogia (Matador, La legge del desiderio, Donne sull'orlo di una crisi di nervi) storcendo il naso di fronte al poco ispirato Legami!, accogliendo la raggiunta maturità (Tacchi a spillo) con il rispetto dovuto a un cineasta che non sapeva e poteva più essere "esagerato" (Il fiore del mio segreto: il capolavoro di questo secondo periodo). Poi vennero gli onori e la gloria di Tutto su mia madre in cui le grandi qualità messe in luce nel passato immediato, forti di una nuova consapevolezza, diventavano perfetta e coltissima macchina spettacolare. Non ho amato questo film, l'ho solo ammirato perché era impossibile non inchinarsi di fronte alla sua perfetta drammaturgia, al suo spessore citazionistico in cui il rimando non era mai operazione ostentata ma filo duro che si innervava nel tessuto filmico e narrativo divenendone parte integrante e mai "oggetto a parte". Lo sfoggio di maestria era tale da non ammettere critica anche se il senso della costruzione impregnava di sé il tutto, tanto da far risuonare una nota di freddezza mentre la fantasmagorica leggerezza di Pedro evaporava, lasciandomi razionalmente conquistato e intimamente deluso.
Oggi Parla con lei è, purtroppo, mero agglomerato di luoghi e personaggi (mutanti, come al solito, perché da adattare a tutti i risvolti narrativi, anche quelli imprevedibili) solidamente almodovariani che si intrecciano, si allontanano e si ricongiungono (una volta per tutte lo schema è palesato dai capitoletti che scandiscono i tre filoni principali), innestati in un meccanismo tragico concertato a tavolino, con lacrime di testa e spasimi calcolati al millimetro. In esso una serie di figurine belle da guardare ma piuttosto appiccicaticce: lo splendido balletto iniziale di Pina Bausch, la stravaganza d'effetto del film muto, la fatua  comparsata di Veloso con cameo-omaggio al decorato predecessore (Paredes e Roth tra il pubblico).
Non mancano le perle autentiche (la vestizione iniziale), ma si perdono in una trama quadratissima in cui Almodovar sembra delegare ai caratteri di contorno (la presentatrice tv, l'infermiera dello psichiatra, la portinaia etc.) il compito del siparietto, a ricordare il-Pedro-che-fu. Non basta una virata di stile non da poco (quale algore visivo: quanti vetri, quanti bianchi...) a riscattare una pellicola un po' rimasticata e che, se è toccata da più di un'intuizione, la lascia intenzione (di sviluppo) senza seguito.
Avvisaglie di crisi? Speriamo che sia solo il momentaneo pallore di un estro che oggi si guarda allo specchio, si compiace un po' e parla tra sé.