Drammatico

NATIVITY

TRAMA

Galilea, anno zero. Maria, giovane di origini modeste, riceve la visita di un arcangelo.

RECENSIONI


Dopo il riuscito Thirteen, un’altra ragazza difficile per Catherine Hardwicke: la più celebre delle vergini, ma la regista non alza la mira (!) restando sul tono scarno e disadorno, seminando scene quotidiane (il gioco, il lavoro) su cui innestare il soffio del divino. Tornando a Matera sul set di The Passion di Gibson, Nativity niente condivide con quel film e lancia la sfida dell’approccio minimalista alla Storia; se questo regge nella prima parte, quella routinaria e opportunamente preparatoria, comincia però a sgretolarsi nell’istante preciso dell’annunciazione. Il film, mantenendo una discreta sobrietà di sostanza, cerca quindi la scossa nell’intreccio risaputo e finisce per suonare stridulo alle sue corde; le licenze che si arroga non servono l’intento rigoroso di partenza (in particolare, inascoltabili gli scherzi camerateschi dei Magi), né la natività terrena offerta nel finale (l’indifferenza di Betlemme, il timore di Giuseppe, le doglie di Maria) può frenare la scure della noia sull’opera. Il nodo focale – umanizzare la nascita di Cristo – non apre pienamente le ali, dato che gli accenni coraggiosi risultano infine trattenuti (la coppia si avvicina, ma non si sfiora mai) e la messinscena si limita alle consuete asprezze di prammatica (è sempre dura la nascita del Salvatore). Notevole la fulgida madonna operaia di Keisha Castle-Hughes – segniamoci questo nome -, mentre più involuto e piattamente iconografico è Giuseppe di Oscar Isaac. L’artefice di una bruciante deriva giovanile (vedi sopra) poteva fare di più e, rientrando il furore del lavoro precedente, sceglie un soggetto più facile che arduo consegnando un temino generalmente insapore; Nativity non è dunque orribile, ma delude nel fornire la definizione di sé: un film natalizio.