Comico

NATALE DA CHEF

TRAMA

Gualtiero e sua moglie hanno un ristorante. Lei cucina benissimo, lui crede di essere un cuoco straordinario ma incompreso da tutti. I suoi piatti sono un disastro. Ed è proprio per questo che un imprenditore di una nota ditta di catering lo assume come capocuoco di una squadra (che peggio assortita non si potrebbe) per partecipare alla gara d’appalto che deciderà chi dovrà preparare pranzi e cene del prossimo G7. L’imprenditore, infatti, è sommerso dai debiti, ma il suo avversario gli chiede solo di partecipare, di perdere, garantendogli che, se così andranno le cose, si impegnerà a porre rimedio a tutti i suoi guai economici.

RECENSIONI

Jerry Calà, con il suo pianoforte in direzione Maracaibo, s’è fatto incarnazione esemplare degli anni Ottanta italiani; Diego Abatantuono, nel tempo, è diventato il volto drammatico e disincantato di una nazione, già solo, mettiamo, tra Avati e Salvatores; Ezio Greggio – con il mago Antonio Ricci – sembra essersi miracolosamente fermato a tre decenni fa; per Christian De Sica basterebbe la rapida sequela “Iside, famme ‘na pompa!” a schiudere la filosofia non banale di una maschera che continua a resistere ai cambiamenti del mondo. L’elenco potrebbe continuare a lungo, ovviamente, e prima o poi si andrebbero a sorteggiare – anzi subito dopo De Sica, invero, mai prima – le generalità di Massimo Boldi. Comico che forse, meglio di tutti, è stato raccontato, implicitamente, diverso tempo fa da Vittorio Sgarbi in una trasmissione televisiva (doveva essere “Porta a porta”). Si parlava del ministro Bondi (peraltro presente in studio) e il critico d’arte (in collegamento) serenamente, affettuosamente, così lo raffigurava: “Un misto tra Boldi e Don Abbondio”. E, sempre serenamente, affettuosamente, potremmo dire qui che Boldi è egli stesso paradigmatica sintesi tra Bondi e Don Abbondio, tuttavia nella condizione terribile di non essere riuscito a farsi mai, da solo – al contrario del suo ex sodale (ma torneranno insieme sul set, ora lo sappiamo…) – maschera. Quando in un primo momento sembrò che sarebbe toccato a lui interpretare il Berlusconi di Sorrentino (poi destinato pavidamente a sir Toni Servillo), molti giganti della critica non lesinarono sui social la loro superiorità, il commento sprezzante, la risata da microconvivio virtuale. Ma è impossibile pretendere slanci differenti da chi ignora totalmente che possa esistere un universo intero oltre la ragioneria dei propri prevedibilissimi picchi culturali. Non si sarebbe trattato del ruolo, ma dell’occasione della vita per Boldi, sarebbe forse stato davvero chiudere quel cerchio tragicamente scatologico che idealmente, a voler cercare origini, potremmo far risalire ai peti, in quei pochi minuti concessigli, del bonario ladruncolo Severino Cicerchia, cugino di Pozzetto in Il ragazzo di campagna. 

E invece tocca assistere a un Natale da chef di Neri Parenti che consegna il Nostro all’ennesima sconfitta, a inseguire i Poveri ma ricchissimi, che ad ogni modo, anche al netto della cronaca e dei processi mediatici degli ultimi tempi, sarebbero stati comunque più di De Sica e Brignano che di Brizzi. A un Boldi addolorato, come De Sica in realtà, per l’uscita coeva di Super Vacanze di Natale (e qui c’è molto più De Laurentiis che il regista Paolo Ruffini), assemblaggio cazzaro – e operazione che non ha coinvolto minimamente le sue volontà o anche solo un parere – di decadi di cinepattoni e sue varianti stagionali o performative. «Quando fai il regista non smetti mai di imparare […] Vi aspetto tutti al cinema per farci una bella scorpacciata di risate»: così, Parenti nelle note di regia. Uomo d’esperienza e di mondo, ma forse non sufficientemente sensibile al tratto umano, costringendoci a un Boldi guerriero della cucina terrificante, antieroe solitario anche in mezzo a chi sa fare perfino peggio di lui, tra pasticceria, vini ecc. Natale da chef, involontariamente, crudelmente, è un film su Boldi, su ciò che non è riuscito mai a essere, perché, ancora una volta, a primeggiare davvero sono gli altri, i vari Enzo Salvi, Biagio Izzo, Paolo Conticini, Maurizio Casagrande, Dario Bandiera, la bellezza amabile di Rocío Muñoz Morales, lo stile di Milena Vukotic, attrice della cui eleganza si sono accorti solo Buñuel e la serialità televisiva per famiglie targata Rai. I primi minuti, quando Boldi è “solo” in scena o accompagnato unicamente da moglie e aiutante mentre le sue pietanze tremende mettono KO Gianfranco Vissani nella parte di se stesso, sono i più agghiaccianti. Comicamente, esteticamente. Ma non c’è il dolo che potremmo attribuire, poniamo, a un Panariello. Boldi, anche settantaduenne, anche invecchiato, resta sempre un Cucciolo, come Parenti ben sa. È come se fosse sempre agli inizi, un esordiente, un ingenuo. Rispetto a De Sica, non è riuscito mai a incarnare pienamente, politicamente, la sostanza del cinepanettone, gli equivoci, una donna anziana che diventa incredibile oggetto sessuale, capre da mungere per aver un buon latte scambiando testicoli per mammelle, i deretani romaneschi violati da oggetti o cibi volanti attraverso finestre aperte, anche quando magari è il suo personaggio a causare certi moti. Natale da chef può far ridere con poco, con schemi che il regista conosce bene, ma al di là, purtroppo, di Boldi: il finale – anche questo terribile, ma Parenti è così scafato e diabolico da non interessarsene minimamente – questa chiusa “grillina” e gentista, se vogliamo, è “merito” del Gualtiero di Boldi, cuoco disastroso come nessuno, eppure non c’è, come dire, adesione tra le due cose, è una percezione che non arriva.
Ma Natale da chef, provando a ragionare più ad ampio spettro, e al di là della satira innocua sulla neoItalia dei cuochi come illuminati epistemologi del mondo, ci dice che il cinepanettone, nonostante – e anzi ancor più per questo – i tempi d’oro siano finiti, resta una specie da preservare, da custodire e proteggere, perché riesce ancora a essere una creatura strana, ibrida, a suo modo assoluta: è più “reale” del cinema del reale e, insieme, riporta ogni volta in vita, in una versione grottescamente rovesciata, i “telefoni bianchi” del nostro scontento – e spesso, come qui, di un bianco sempre più degradato, brutto, ma “onesto” nel suo orrore (Brizzi, per dire, si muove[va?] in territori analoghi ma non è esattamente la medesima cosa) –. Se il dramma borghese oggi può oscillare, in mille sfumature, tra Paolo Genovese e Paolo Franchi, se la commedia più vivace può affidarsi magari a Sidney Sibilia, il cinepanettone resta fenomeno a sé, e in sé, solo in sé, ha la sua verità più sincera.

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