Drammatico

MOMMY

Titolo OriginaleMommy
NazioneCanada
Anno Produzione2014
Durata139'
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Scenografia
Musiche

TRAMA

Una madre vedova è costretta a riprendere la custodia del figlio, un quindicenne affetto dalla sindrome da deficit di attenzione, dopo l’ennesimo episodio violento di cui si è reso protagonista nel’istituto in cui è ricoverato. La donna trova nuova speranza quando una vicina si inserisce nella sua famiglia.

RECENSIONI

Ci si era illusi, dopo l'intelligentemente onirico, lodevolmente sommesso Tom à la ferme, che Xavier Dolan si fosse deciso ad abbandonare il suo stile ruffiancello e sopra le righe, suggestivo ma dal fiato corto (per non dire pretenzioso).
E invece no. Non contento di riproporre musica "piaciona" a palla, immagini al rallentatore, sgargianti accensioni cromatiche e quant'altro, il giovane regista canadese impernia il suo Mommy su una trovata di quelle facili facili: il formato dello schermo (un inusuale 4:5) si restringe fino a diventare una striscia verticale. Non che la cosa giunga completamente inaspettata: Dolan è uso da sempre piazzare/piantare i personaggi (che non di rado, peraltro, guardano in macchina) al centro dell'inquadratura, rinunciando di fatto alla costruzione di uno spazio propriamente cinematografico per accontentarsi invece di uno solamente "centripeto".
Dietro a questo, c'è una ragione precisa: fondamentalmente, è l'immagine allo specchio che gli interessa, e solo quella. Al di là dei quattro bordi dello specchio (o dello schermo "ristretto", che lo mima), è come se il mondo non ci fosse. E Mommy, appunto, racconta due personaggi imprigionati in un narcisismo asfittico e autoafferente privo di scampo (e che si imprigionano gioiosamente l'un l'altra in esso): l'adolescente turbolento Steve (da prendere a schiaffi e/o da mandare in miniera) e la squinternatissima madre (vedova) Diane. Principalmente, il film segue i due sbrodolare dialoghi e monologhi in cui entrambi si crogiolano della e nella vistosa assenza di qualunque principio di autorità paterna. Quest'ultimo, semmai, viene assunto da una donna, la vicina di casa Kyla, insegnante che si avvicina ai due fino a formare con loro un inusuale triangolo.

Tra continui primi piani, strizzate d'occhio, parossismi melodrammatici, rovesciamenti drammatici di plateale pretestuosità e gratuità, Mommy si immerge nel cul-de-sac emotivo dei suoi personaggi variamente borderline, enfatizzando la loro irrimediabile lontananza da qualsiasi integrazione sociale minimamente regolare. Un paio di volte, la possibilità che Steve raggiunga finalmente questa integrazione balena miracolosamente, e di conseguenza il formato dell'immagine si riapre e riallarga. Ma è un sollievo solo momentaneo: l'incontro col mondo è sempre e comunque sterilmente ostile, e dunque subito dopo la prospettiva visuale si restringe di nuovo e ritorna ombelicale, su misura del bozzolo in cui i personaggi patologicamente si rinchiudono.
Non c'è dubbio: la disfunzionalità della situazione e dei personaggi viene restituita da Dolan con mezzi espressivi sicuramente, sottilmente e clinicamente adeguati. Può lasciare perplessi (e sicuramente lascia parecchio perplesso il sottoscritto) lo sbracato compiacimento con cui lo fa, così come l'insistenza con cui l'enfant prodige del Quebec vuole a tutti i costi farci amare, facendoci ridere e soffrire con loro, personaggi che, francamente, non se lo meritano.