Commedia

MANHATTAN

Titolo OriginaleManhattan
NazioneU.S.A.
Anno Produzione1979
Genere
Durata96'

TRAMA

Manhattan. Sullo sfondo, le esistenze di Ike, autore televisivo e aspirante romanziere, della sua ex moglie Jill, della giovane Tracy, di Yale, fedifrago marito di Emily, della giornalista Mary.

RECENSIONI

Il numero 8 (e ½, contando anche What’s Up, Tiger Lily?) del catalogo alleniano è da sempre ritenuto una delle più appassionate dichiarazioni d’amore che un artista possa rivolgere a una città. E, in effetti, la New York fotografata da Gordon Willis ha pochi termini di paragone in quanto a nitida bellezza: più che una città, sembra un museo a cielo aperto, un catalogo di perfezioni geometriche e luministiche. Ma forse non è del tutto esatto leggere il film in questa chiave. Manhattan non parla di una città, e neppure di un quartiere, ma di un’astrazione, un parto della mente. Dall’inquadratura iniziale il paesaggio urbano è associato in modo indissolubile alla musica di Gershwin e al fluire, libero, frammentario e ripetitivo al pari delle immagini che si avvicendano sullo schermo, della voce che – scopriremo poco dopo – appartiene a uno dei personaggi principali, alla ricerca dell’incipit per un romanzo semi – autobiografico incentrato su New York. Difficile stabilire che cosa venga prima, se la “Rapsodia in Blu”, i grattacieli o la voce – scrittura, e a chi spetti il ruolo principale in questa sinfonia di appunti metropolitani: all’inizio le immagini sembrano adeguarsi alla musica, di cui rispettano la scansione in battute, poi iniziano ad andare per conto loro, sempre più rapide, quasi animate dal desiderio di dissolversi l’una nell’altra, trascinando con sé l’orchestra, e intanto, sopra (o sotto) tutto questo, lo scrittore – narratore (per tre minuti soltanto, dato che nessuna centralità narrativa o cognitiva è assegnata al personaggio in questione) tenta di conciliare le varie anime del racconto, l’amore, l’indignazione, il machismo, il cinismo: allucinazioni visive e sonore si intrecciano fino a costituire un’ipotiposi di proporzioni apocalittiche. Di fronte a tanti aspetti contraddittori, tutti egualmente affascinanti, l’ego soccombe, e la seduta musical – visivo – psicanalitica non può che concludersi con l’accettazione del proprio destino: “New York era la sua città, e lo sarebbe sempre stata”. Destino non sempre felice, in quanto New York è un mondo, ma non è il mondo.

Passiamo al dramma vero e proprio. New York è polo di attrazione per quasi tutti i personaggi: tutti vivono lì, tutti lavorano o studiano nella stessa area, chi proviene da altri luoghi (Mary) si è perfettamente integrato nel tessuto della città, come se non fosse possibile fare altrimenti. Manhattan è un soave narcotico, una cortina oppiacea che impedisce di accettare la realtà: l’amore è una vacua schermaglia mentale (Ike e Mary, ma anche Ike e Jill, talmente bella da indurre il marito a cambiare analista) e comunque dura troppo poco, l’amicizia non deve interferire con l’interesse personale, il lavoro, soprattutto quello intellettuale, è una forma di presuntuoso parassitismo (gli show televisivi, il party al MOMA, la pratica del “romanzato”). Il passato esiste solo in quanto mito, il presente non è che un sogno pericolante (le demolizioni), il futuro, semplicemente, non esiste. Le immagini in formato Panavision si distendono come pergamene davanti all’occhio ammirato di chi guarda, ma nascondono trappole, passaggi segreti, gabbie di cristallo e acciaio: la città desiderata si rivela la città perduta, immersa in un sudario di lusso, congelata nella sua perfezione innaturale, così compiuta e perfetta da impedire a chi la abita di trovare in sé la forza di compiere un solo passo per modificare un angolo del quadro. Per smettere di baloccarsi con idee e sogni d’oro, per ritrovare una minima parte di quella sanità morale così strenuamente predicata da Ike (anch’egli peraltro piuttosto disgustoso nei suoi impulsi omicidi e nella viltà con cui scarica Tracy), occorre una cesura netta, se non definitiva: smettere di affidarsi alle visioni e cercare di avere un po’ di fiducia nelle persone. Finale lieto? Non necessariamente: il film si conclude con tre inquadrature di New York, all’alba, al tramonto, di notte. La ronde dell’umana irrealizzabilità è destinata a ripetersi in eterno?